di Mattia Pierucci
Associazione Naturalistica Valle dell’Aniene (ANVA)
Nel corso del tardo pomeriggio di sabato 8 agosto 2026 è divampato un incendio nella vallata compresa tra l’Istituto Comprensivo G.Garibaldi in Via Appiano e Via Percile tra Marco Simone e Laghetto. Secondo quanto si apprende dalle informazioni riportate dalla pagina Facebook “Marcosimoneonline”, l’incendio avrebbe avuto origine verso le 17:00 da una balla di fieno incendiata da alcuni ragazzi. La mancanza di precipitazioni atmosferiche, combinata a un vento di moderata intensità, ha favorito una rapidissima combustione.
Le aree che sono state interessate maggiormente dal fronte dell’incendio sono state sicuramente le vie limitrofe: Via La Maddalena, Via Capoterra, Via Percile, Via Rocca Canterano e Via Ippocrate, dove le fiamme sono arrivate a colpire auto e giardini delle abitazioni. La superficie totale andata in fumo è stata stimata in circa 7 ettari. Lungo una delle scarpate della valle, nell’area adiacente a Via Capoterra, è presente un piccolo bosco di circa un ettaro, in larga parte incendiato del tutto. Si tratta di un piccolo lembo che sicuramente molte persone avranno piacevolmente notato nel corso delle passeggiate pomeridiane sul territorio, uno degli ultimi frammenti boschivi già presente nelle immagini aeree del Volo GAI del 1954 e facente parte di un vastissimo bosco di oltre 100 ettari che secoli fa costituiva la “Macchia di Marco Simone” all’interno della Tenuta di Marco Simone.
Pochissimi frammenti posti in aree impervie sono sopravvissuti fino al giorno d’oggi, e nonostante le sue piccole dimensioni, all’interno e nelle aree limitrofe sono state censite quasi 200 specie vegetali, tra cui oltre 20 arboree e arbustive. Le più abbondanti sono: cerro, roverella, carpino orientale, acero campestre, orniello, salice bianco, pioppo nero, ligustro comune. L’area è anche particolarmente importante per la presenza di una specie protetta molto rara, lo Styrax officinalis (storace), e costituisce una delle stazioni di presenza più occidentali d’Italia e, di conseguenza, del mondo. Sono presenti anche altre specie protette come il pungitopo e il ciclamino selvatico. I danni più gravi sono avvenuti sulla “punta” del bosco, ovvero un lembo più sottile che si protrae in direzione della scuola. Il settore appare ora distrutto, la vegetazione arborea è meno abbondante e la superficie risulta, o meglio, risultava essere prevalentemente costituita dal “mantello boschivo”, ovvero un insieme di specie arbustive e cespugliose come larosa di San Giovanni, il rovo comune e la salsapariglia.
Questa fascia di vegetazione apparentemente disordinata costituisce il confine tra il bosco e il territorio circostante, proteggendo il bosco stesso e, nelle giuste condizioni, favorendone l’aumento di estensione. Oltre a ciò, costituisce una fonte di sostentamento per la fauna grazie ai frutti estivi e alle fioriture primaverili. Sicuramente qualcuno avrà notato l’abbondante fioritura della rosa di San Giovanni nel mese di maggio. Trattandosi di una delle aree con la quota minore all’interno della vallata, la base del bosco ospita anche un’area umida caratterizzata dalla presenza di varie specie ripariali come i già citati salice bianco e pioppo neroe costituisce un sito riproduttivo per il rospo comune. Quella specifica area umida è il punto di origine del fosso che scorre fino al Parco di Valerio e poi sfocia nel Fosso di Pratolungo.
Osservando le foto dall’alto è facilmente individuabile un netto cambio di colore delle chiome degli alberi che passano da verde brillante a verde argenteo. Quello è il confine tra querce e salici, ossia l’inizio dell’area più umida e quindi il punto di unione tra la scarpata tufacea e il fondo della valle. Questa porzione di bosco risulta essere meno danneggiata dal fuoco, nonostante alcuni salici siano andati stati distrutti, mentre la porzione che ha subito meno danni è stata quella centrale.
È sentire comune che il fuoco faccia bene agli ecosistemi, soprattutto in ambienti a clima mediterraneo come il nostro. Formulata in questo modo, l’affermazione appare senza dubbio fuorviante, in quanto il fuoco può favorire alcune specie con adattamenti specifici, ma incendi ripetuti o particolarmente violenti possono costituire una pressione ecologica in grado di degradare l’ambiente originario, favorendo poche specie a discapito di molte altre. Ambienti come quello del bosco di Via Capoterra sono costituiti da piante più resilienti e da piante più sensibili alle fiamme e quindi è piuttosto probabile che il bosco sia in grado di tornare a crescere rigoglioso, impiegando alcuni anni prima di riacquisire il suo aspetto originario. Questo non significa che il fuoco avrà avuto un effetto positivo, al contrario avrà solo effetti negativi, sia immediati, come i danni delle fiamme, che successivi, come la maggiore proliferazione di specie aliene capaci di crescere molto più velocemente rispetto alle specie autoctone.
Cosa fare ora? NIENTE.
Potrebbe sembrare controintuitivo, potrebbe sembrare poco, potrebbe sembrare necessario spendere soldi per ripiantare piante, ma la verità è che non bisognerà fare nulla; nulla di diverso da quello che si è fatto fino ad ora. Evitare di camminare nel bosco e arare continuando a seguire gli attuali confini del campo coltivato, senza alterare il suolo che prima dell’incendio era parte del bosco. Tutto quello che era bosco tornerà ad essere bosco in totale autonomia, con l’unica accortezza di monitorare, di prestare attenzione e di tutelare un bene comune fondamentale, un piccolo polmone verde in un’epoca di cemento e temperature estreme.
