Vulcani e incendi non spiegano il caldo record degli ultimi anni

Il MIT ha isolato le firme termiche di tre catastrofi naturali. Nessuna giustifica l'impennata delle temperature al suolo.

Vulcani e incendi non spiegano il caldo record degli ultimi anni
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1 Marzo 2026 - 16.37 Culture


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di Lorenzo Lazzeri

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Centinaia di milioni di tonnellate di materiale scaricate nella stratosfera nel giro di pochi anni. Un vulcano sottomarino capace di vaporizzare un pezzo di oceano. Roghi così vasti da annerire i cieli di un continente intero. L’atmosfera terrestre ha incassato colpi di una violenza rara, eppure la febbre del pianeta non dipende da nessuno di loro.

Una ricerca appena pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), condotta al Massachusetts Institute of Technology da Yaowei Li e Susan Solomon, ha passato al setaccio tre fenomeni che molti indicavano come possibili cause del caldo anomalo registrato tra il 2023 e il 2025: l’eruzione del Monte Pinatubo nel 1991, i megaincendi australiani della “Black Summer” (2019-2020) e l’esplosione sottomarina dell’Hunga Tonga-Hunga Ha’apai nel gennaio 2022. Il verdetto è netto. Nessuno dei tre giustifica l’impennata delle temperature al suolo.

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Il metodo impiegato, battezzato “signal-to-noise“, ha richiesto un lavoro certosino. I ricercatori hanno lavorato su quasi quarant’anni di dati satellitari, dal 1986 al 2024, sezionando l’atmosfera in sei strati distinti, dalla troposfera bassa fino a 50 chilometri di quota. Ogni interferenza, cicli solari undecennali, oscillazioni di El Niño, venti stratosferici equatoriali (la cosiddetta QBO), è stata rimossa pezzo dopo pezzo, fino a far affiorare le anomalie termiche riconducibili ai singoli eventi catastrofici. Come cercare di distinguere un sussurro durante un concerto rock, per usare le parole degli stessi autori, ma i risultati smontano le ipotesi più diffuse.

Il Pinatubo, con 20 milioni di tonnellate di biossido di zolfo scaricate nella stratosfera, ha funzionato da specchio planetario: gli aerosol solfatici hanno deviato la radiazione solare verso lo spazio, abbassando la temperatura al suolo di 0,7 gradi per oltre due anni e riscaldando la stratosfera di più di 1,5 gradi. Un effetto di raffreddamento superficiale — l’opposto di ciò che servirebbe per spiegare il caldo record recente. Il framework del MIT ha replicato con precisione le osservazioni storiche già consolidate, confermando la tenuta del metodo.

Gli incendi australiani hanno iniettato circa un milione di tonnellate di fumo tra troposfera e stratosfera. “Abbiamo scoperto che il fumo ha causato un riscaldamento fortissimo nella stratosfera, perché le particelle scure, carbonio nero e organico, assorbono la radiazione solare con un’efficienza sproporzionata rispetto alla loro massa”, spiega Li. Con appena il 5% della massa aerosolica del Pinatubo, il fumo ha scaldato la stratosfera di quasi 0,8 gradi in pochi mesi. L’effetto è rimasto confinato in quota. Nella troposfera, dove abitiamo, nessun segnale di riscaldamento globale è stato rilevato entro i due anni successivi.

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Il caso dell’Hunga Tonga è il più controintuitivo. L’esplosione ha spinto 150 milioni di tonnellate di vapore acqueo nella stratosfera — il gas serra più potente dell’atmosfera. Molti avevano scommesso che fosse la chiave del caldo del 2023-2024. I dati dicono l’opposto: il vapore acqueo ha provocato un raffreddamento nella stratosfera medio-alta, fino a un grado, destinato a durare anni. L’eccesso di acqua ha accelerato l’emissione di calore verso lo spazio, favorito la formazione di aerosol riflettenti e innescato reazioni chimiche capaci di ridurre l’ozono stratosferico dell’emisfero sud fino al 7%. La forzante radiativa netta è stata negativa: −0,55 W/m² nell’emisfero australe durante il 2022. L’Hunga Tonga ha raffreddato, non riscaldato.

“Gli incendi australiani e l’Hunga Tonga hanno assestato un duro colpo alle altitudini stratosferiche, e lo studio quantifica per la prima volta l’entità dell’impatto”, afferma Solomon. “Il loro effetto ad alta quota è impressionante, ma il problema aperto rimane il motivo per cui gli ultimi anni siano stati così caldi più in basso, nella troposfera: escludere gli eventi naturali punta in modo ancora più deciso verso le influenze umane”.

Se tre catastrofi di portata geologica non bastano a spiegare la febbre del pianeta, cosa la alimenta? Il gruppo del MIT indica una combinazione di forzanti antropiche: l’accumulo costante di CO₂ e metano, la riduzione degli aerosol da trasporto marittimo dopo le normative IMO 2020, che ha eliminato un effetto schermante involontario, lasciando che più radiazione solare raggiungesse gli oceani, e un forte El Niño tra il 2023 e il 2024 che ha liberato calore oceanico nell’atmosfera, sovrapponendosi alla tendenza di fondo.

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C’è un dato ulteriore, sepolto nei lavori correlati dello stesso gruppo. La firma del riscaldamento antropico sulla stratosfera, il suo progressivo raffreddamento dovuto all’intrappolamento del calore negli strati bassi da parte della CO₂, era già identificabile nel 1885. La stratosfera superiore, a 40 chilometri di quota, è così sensibile al segnale dei gas serra che la firma umana vi supera lo standard dei “cinque sigma”, la soglia usata in fisica per le scoperte certe. Al suolo il meteo confonde tutto. In quota la traccia è limpida da oltre un secolo.

Resta una preoccupazione. La capacità di produrre analisi di precisione simile dipende interamente da strumenti satellitari che stanno invecchiando senza essere sostituiti. Esperti come Mark Schoeberl avvertono di un possibile “deserto dei dati” stratosferici: senza investimenti in nuovi sensori a microonde e lidar, le prossime eruzioni e i prossimi megaincendi potrebbero sfuggire al monitoraggio, riaprendo il campo all’incertezza e alla disinformazione. Il metodo signal-to-noise funziona finché ci sono dati da pulire. Senza dati, resta solo rumore.

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