Il ritratto di Maffeo Barberini di Caravaggio entra nelle collezioni di stato

L'opera del Merisi raffigurante il futuro Urbano VIII, era stato esposto in pubblico per la prima volta durante la mostra Caravaggio 2025, ritornerà a Palazzo Barberini, in dialogo con la Giuditta e gli altri dipinti caravaggeschi.

Il ritratto di Maffeo Barberini di Caravaggio entra nelle collezioni di stato
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10 Marzo 2026 - 17.37 Culture


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di Caterina Abate

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Il Ministero della Cultura mette a segno un altro acquisto eccellente, che segue l’Ecce Homo di Antonello da Messina avvenuto lo scorso febbraio. Per 30 milioni di euro entra a far parte del patrimonio storico artistico statale il ritratto di Maffeo Barberini eseguito da Caravaggio, al tempo in cui il futuro Urbano VIII aveva circa trent’anni. L’opera, che era già stata attribuita al Merisi da Roberto Longhi nel 1963 nel saggio “Maffeo Barberini” del Caravaggio pubblicato sulla rivista Paragone, era stato però scoperto da Giuliano Briganti, che cedette al primo il diritto di pubblicazione.

Secondo la ricostruzione di Longhi, il dipinto doveva essere rimasto ai Barberini per secoli, fino a pervenire al mercato antiquario a metà anni Trenta del Novecento, quando la collezione venne dispersa. Oltre la conferma attributiva di Federico Zeri, l’autografia caravaggesca è stata confermata anche da altri storici dell’arte conoscitori dell’opera del Merisi, come Mia Cinotti, Gianni Papi, Maria Cristina Terzaghi, Keith Christiansen ed altri, anche in occasione della mostra Caravaggio 2025, che è stata la prima occasione di esposizione pubblica dell’opera.

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Nel breve corpus di certa attribuzione dei dipinti di Caravaggio (circa 65, di cui 3 ritratti) il Maffeo Barberini rappresenta un punto di svolta: l’opera non ha le tipiche caratteristiche formali della ritrattistica ufficiale, ma un’attenzione all’intensità psicologica del soggetto che si traduce anche in movimento e vivezza dinamica dell’opera. 

Come detto in precedenza, la mostra Caravaggio 2025 è stata la prima occasione di esposizione pubblica del dipinto, che entrerà adesso nelle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Antica e troverà casa a Palazzo Barberini, in dialogo con la Giuditta e gli altri dipinti di matrice caravaggesca lì collocati. 

Su una poltrona di scorcio, una mano indica qualcosa ad un interlocutore fuori dalla scena e nel mentre l’altro arto stringe delle carte, la figura del giovane prelato emerge dalla penombra chiaroscurata tipica della pittura del Merisi, con un movimento dinamico che coinvolge l’osservatore. All’interno del percorso pittorico caravaggesco, siamo qui tra il finire del Cinquecento e i primissimi del Seicento, corrispondenti all’età anagrafica del soggetto, nato nel 1568 e che diverrà papa Urbano VIII nel 1623. L’intensità dello sguardo rivela l’attenzione alla resa psicologica della pittura, che sarà sempre più cifra stilistica di Caravaggio.

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In occasione della mostra Caravaggio 2025 il direttore delle Gallerie Nazionali di Arte Antica, Thomas Clement Salomon diceva riguardo il ritratto “il Caravaggio che tutti volevano vedere, ma sembrava impossibile”. Roberto Longhi nel 1963 scriveva in merito su Paragone “Non più documento memorativo di mera somiglianza, e neppure presentazione amplificante e retorica come nel classicismo formale o cromatico di Roma o Venezia, il ritratto appare qui, e forse per la prima volta, come esempio di realtà atteggiata. […] il Caravaggio mostrava qui che persino il ritratto doveva essere azione, rappresentazione, dramma in nuce […] E così si apriva il ritratto moderno”, a sottolineare come tale dipinto potesse essere un momento se non centrale, quantomeno fondante della ritrattistica moderna. 

Pare che il processo di acquisizione da parte del Ministero della Cultura abbia richiesto un anno di trattative, concluse oggi con il pagamento dei 30 milioni di euro, che rappresentano uno degli investimenti più consistenti mai sostenuti dallo Stato per un’opera d’arte. L’atto è stato firmato a Roma, alla presenza del ministro Alessandro Giuli, del direttore generale dei Musei Massimo Osanna e del direttore delle Gallerie Nazionali di Arte Antica Thomas Clement Salomon. 

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