Il clima non è un termometro: perché i luoghi comuni dell'estate non reggono alla fisica

Il problema non è che faccia caldo, ma che il sistema climatico stia cambiando comportamento: i record si moltiplicano, vengono superati con margini maggiori e durano più a lungo

Il clima non è un termometro: perché i luoghi comuni dell'estate non reggono alla fisica
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29 Giugno 2026 - 21.36 Culture


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Il problema del clima appartiene alla fisica del XXI secolo, ma molti lo immaginano ancora come un enorme termometro: sale un po’, scende un po’, e se ieri è successo qualcosa di simile a oggi, allora oggi non c’è niente di nuovo, scrive Gabriella Greison sul Corriere della Sera. È il modello mentale a essere sbagliato. Per secoli siamo stati educati a pensare in modo lineare, ma la natura non ha mai firmato questo contratto. Il clima non è un termometro o una questione di statistica: è dinamica, è uno dei sistemi più complessi che conosciamo. È fatto di milioni di elementi che interagiscono continuamente, nessuno decide da solo, (atmosfera, oceani, correnti, ghiacci, vegetazione, nuvole) e insieme danno vita al fenomeno che in fisica chiamano “emergenza”. Le proprietà più interessanti non appartengono ai singoli elementi, ma all’insieme.

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Per questo bisogna distinguere il singolo evento dal comportamento del sistema. Chi continua a ripetere “anche una volta faceva caldo” sta descrivendo il tempo atmosferico. La climatologia studia il clima. Sono due livelli diversi: è come osservare una singola molecola d’acqua e credere di aver capito un uragano.

Il negazionismo climatico spesso appare più come un errore di metodo che un problema di opinioni. Sostenere che oggi non c’è nulla di nuovo è come sostenere di aver capito la Borsa seguendo una singola azione, o il traffico di Milano guardando una sola automobile.

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Ed è proprio qui che il ragionamento “anche quarant’anni fa d’estate faceva caldo” comincia a scricchiolare, perché confonde il singolo evento con il comportamento del sistema. Quarant’anni fa in effetti esistevano le estati torride, i record, le grandinate improvvise e gli allagamenti. Ma oggi non è il singolo record a raccontare qualcosa. Immaginate di lanciare un dado: se esce sei mille volte e il sei continua a uscire quasi il doppio di quanto dovrebbe, un fisico direbbe che è cambiata la distribuzione delle probabilità. Nel clima osserviamo esattamente questo: i record arrivano sempre più spesso, vengono battuti con margini maggiori, che durano più a lungo e che si presentano contemporaneamente in regioni diverse del pianeta.

Molti immaginano il riscaldamento globale come una specie di ascensore: la temperatura media sale di uno o due gradi e tutto il resto segue educatamente. Non funziona così. Se la classica curva a campana che descrive i fenomeni naturali si sposta anche di poco verso destra, basta questo piccolo cambiamento della media per far crescere enormemente la probabilità degli eventi più rari che abitano nelle code. È matematica. Non ideologia. Inoltre, nei sistemi complessi esistono le retroazioni, circoli che si autoalimentano: il terreno si scalda, perde umidità, evapora meno acqua, sottrae meno calore all’ambiente e quindi si scalda ancora. Quando queste interazioni si rafforzano a vicenda, il sistema non risponde più in modo proporzionale. Cambia comportamento.

Oggi non stiamo osservando semplicemente qualche grado in più. Per secoli abbiamo pensato che il clima fosse soprattutto la temperatura che sentiamo sulla pelle. La fisica, invece, guarda l’energia: le ondate di calore, le siccità persistenti, gli eventi estremi sono la traccia lasciata da un sistema che ha iniziato a comportarsi in modo diverso. E quando un sistema si avvicina a una soglia critica e cambia il suo bilancio energetico, la fisica diventa pratica. Non si continua ad alimentarlo sperando che torni spontaneamente allo stato precedente; si cerca di ridurre la causa che aumenta l’energia. È il motivo per cui parliamo di decarbonizzazione, di efficienza energetica e di tecnologie capaci di ridurre le emissioni, dal nucleare di nuova generazione alle fonti rinnovabili. Non perché lo dica un politico, ma perché lo direbbe un termodinamico.

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Il grande classico “eh, ma d’estate ha sempre fatto caldo”, oppure suo cugino stretto “nel 1983 si stava peggio” e il campione olimpico “una volta c’erano le mezze stagioni” sono solo frasi fatte e luoghi comuni. Possiamo continuare a discutere del caldo e a ragionare come negli anni Ottanta. Ma la Terra risponde all’energia che il clima accumula anche da allora, stiamo osservando un sistema che modifica il proprio modo di funzionare. E non c’è nostalgia che possa convincerla a fare diversamente.

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