Il grido degli studenti che non possiamo non ascoltare

Dalle piazze emerge una voce generazionale autonoma, capace di tenere insieme le grandi inquietudini del presente. Scuola, università e istituzioni hanno il dovere di ascoltarla, senza liquidarla come immaturità o disordine: la protesta è anche un esercizio di democrazia e di pensiero critico.

Il grido degli studenti che non possiamo non ascoltare
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17 Ottobre 2026 - 12.50 Culture


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di Filippo Belloc

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Ieri, venerdì 16 ottobre, migliaia di studenti sono scesi in piazza in tutta Italia, da Roma a Milano, da Torino a Napoli, da Bologna a Palermo fino ad altri centri più piccoli. Erano cortei partecipati come non se ne vedevano da tempo. A parte qualche episodio di tensione, sono stati per lo più pacifici. Al di là della cronaca e delle polemiche che sono seguite, quelle piazze meritano una riflessione attenta, perché dicono qualcosa di importante sul nostro presente.

La mobilitazione nelle città italiane si inserisce in un’onda più ampia. Fa eco alle proteste per il diritto alla casa in Spagna e a quelle delle scuole in Francia. Non è dunque soltanto una domanda sociale circoscritta, legata a questioni locali. È l’espressione di un sentimento generazionale e trasversale, che tocca fratture politiche di portata generale. È anche una protesta che tiene insieme temi diversi. Ci sono la casa e il caro affitti, il dramma della Palestina, il diritto allo studio e il finanziamento dell’istruzione pubblica, gli edifici scolastici fatiscenti. Ci sono il welfare, il costo della vita, l’emergenza climatica, e su tutto la domanda sul futuro delle nuove generazioni. C’è chi vi legge confusione e immaturità. Si tratta invece di completezza: sono idee apparentemente lontane, che parlano tutte dello stesso grande tema, il futuro e il mondo che lo attende.

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Emerge un grido che nasce davvero dal basso. Non c’è stato un coordinamento nazionale né una piattaforma condivisa, e nessuna sigla ha fatto da capofila. Partiti e sindacati hanno espresso, in alcuni casi, vicinanza e sostegno. Ma gli studenti non si sono fatti interpreti delle loro istanze. Nelle piazze non sono mancati nemmeno slogan critici verso le stesse forze dell’opposizione. È una voce autonoma, e proprio per questo libera e ricca nei contenuti. Dentro c’è una visione del domani, con le sue paure, le sue incertezze e le sue contraddizioni. Per questo è una voce potente, che offre a chi ha responsabilità di governo e di progettazione delle politiche indicazioni preziose. Sarebbe miope ignorarle.

Ed è per questo che l’università, i suoi docenti, e il mondo dell’istruzione nel suo insieme non possono restare indifferenti. Troppo spesso, negli ultimi anni, le proteste degli studenti sono state accolte con superficialità, distacco, a volte fastidio. Il ministro Valditara ha parlato di “teppismo politico”: un’uscita infelice e fuori luogo, che non merita ulteriori commenti (ferma restando, ovviamente, la doverosa condanna degli episodi di violenza). Ma anche il mondo accademico rischia di sbagliare, e forse in modo più grave, perché più sottile, quando ripete, non senza una certa ipocrisia, che il compito dell’università è formare il pensiero critico. Poi si mostra infastidito quando gli studenti danno forma e voce proprio a quel pensiero critico.

Quel grido viene da una parte della nostra comunità. Sono ragazze e ragazzi che sentono sulla propria pelle le paure del futuro, i conflitti e le incertezze del presente. Vogliono essere padroni del proprio destino e non subirlo. In questa marea non si può pretendere coerenza perfetta, strategia razionale o una gestione ordinata del dibattito. C’è conflitto, c’è confronto, ci sono posizioni differenti. È proprio questo a rendere quelle piazze uno straordinario esercizio di democrazia.

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Del resto, chi fa ricerca dovrebbe saperlo bene. Lo studio scientifico non è altro che la contestazione continua dello stato dell’arte, del presente e di certezze che a un certo punto si rivelano non essere più tali. Ascoltare gli studenti, prenderli sul serio e discutere con loro, anche criticamente, non è una concessione. Dovrebbe essere parte essenziale del nostro mestiere. Abbiamo tutte e tutti molto da imparare e, soprattutto, la responsabilità di costruire una società migliore.

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