"Tradire. Le radici nella musica - Non è la fine", dal 26 febbraio all'Accademia Musicale Chigiana

Sono quattro gli eventi previsti che vedranno la presenza di diversi artisti, preceduti dalla degustazione vini a cura dell'azienda Banfi. Abbiamo sentito Stefano Jacoviello, curatore del progetto, responsabile dei progetti culturali e media dell'istituto senese e docente di "Semiotica Della Cultura" e "Storie e forme della canzone" presso l'Università di Siena.

"Tradire. Le radici nella musica - Non è la fine", dal 26 febbraio all'Accademia Musicale Chigiana
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25 Febbraio 2026 - 12.15 Culture


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di Giada Zona

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Al via la decima edizione di “Tradire – Le radici nella musica” all’Accademia Musicale Chigiana di Siena. Quattro gli eventi in programma, ognuno con le proprie peculiarità artistiche e sonore, storiche e musicali. Tutti gli eventi prendono inizio alle ore 21, preceduti alle 20:30 dalla degustazione di vini a cura dell’azienda Banfi: ogni appuntamento vedrà vini diversi, proposti in sintonia con l’offerta musicale scelta.

Giovedì 26 febbraio Verso l’alba con Banda “Santa Cecilia” – città di Molfetta, dove l’Accademia ospiterà più di 10 artisti in una sola serata: Serena Favuzzi (flauto), Ignazio d’Alto (oboe), Francesco Doria, Eliana Minervini, Floriana de Nichilo (clarinetti), Giuseppe Pepe (clarinetto basso), Mariangela Murolo (sax contralto), Isabella Amato (sax tenore), Ignazio Allegretta (sax baritono), Antonio Tucci (corno), Giacomo Angarano (trombone), Giuliano Teofrasto (tromba), Pasquale Turturro (direttore).

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Il 5 marzo Napoli e poi… con Alfredo Pumilia (violino), Alessandro De Carolis (flauto), Roberto Porzio (pianoforte), Giuseppe Desiderio (contrabbasso), Antonino Anastasia (percussioni); il 12 marzo Prima dell’addio con la voce di Eleonora Filipponi e Marco Brunelli al pianoforte; infine il 19 marzo con Una giga non basta con l’ospite speciale Tola Custy (violino,viola) e il gruppo Birkin Tree composto da Laura Torterolo (voce, chitarra), Tom Stearn (voce, chitarra, bouzouki), Michel Balatti (Irish flute), Luca Rapazzini (violino), Fabio Rinaudo (Irish uilleann pipes).

Il curatore del progetto è Stefano Jacoviello, responsabile dei progetti culturali e media dell’Accademia Musicale Chigiana e docente universitario di “Semiotica della cultura” e “Storie e forme della canzone” presso l’Università di Siena. Abbiamo così deciso di intervistarlo per approfondire gli eventi offerti dal 26 febbraio al 19 marzo, esplorando le radici della tradizione di “Tradire – Le radici nella musica”, gli artisti e la selezione musicale, i cambiamenti del pubblico e la scelta del vino che cambierà in ogni appuntamento.

Perché “Tradire non è la fine”? Come la scelta di questo nome viene poi espressa e riproposta nell’offerta musicale?

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“Siamo alla decima edizione di Tradire che nasce come un’iniziativa di formazione del pubblico. Che non è educazione, ma è formazione, ovvero mettere il pubblico in condizione di migliorare la propria attitudine all’ascolto. E lo si fa incontrando i musicisti e parlando di musica dentro la loro vita, quindi dentro la loro identità. L’idea è quella di considerare la musica come un lavoro e non come un’ispirazione, qualcosa che scende dal cielo. Nella vita dei musicisti invitati a tradire, la tradizione gioca un ruolo importante; nella definizione della propria identità, nella definizione dell’identità, della collettività a cui loro in qualche modo appartengono. E che naturalmente si riverberà sulla comunità che si raccoglie intorno al palco. Oggi siamo alla decima edizione che è un po’ così per convenzione, una specie di giro di boa; infatti ‘non è la fine’ è un po’ un’idea bene augurale, perché potrebbe essere la fine o potrebbe non esserlo. Negli ultimi anni il motto di ogni edizione di Tradire è stato così, è legato a quelle che sono le situazioni attuali e poi, come sempre, il motto condensa un po’ il senso dell’iniziativa. Tutto ciò che è presente nel programma di Tradire ha a che fare con l’attimo prima della fine: l’attimo prima della fine di una tradizione, nel senso dell’oblio, prima che arrivi l’oblio”.

Cioé?

“Non è la fine prima che finisca una storia d’amore, non è la fine prima che finisca una serata fra amici, oppure non è la fine, come nel caso di Napoli. Tutta quella tradizione a cui noi dobbiamo la nascita della canzone, che quindi fa parte del nostro patrimonio culturale, italiano ma universale, ha costruito il volto di Napoli in un certo modo dal punto di vista sonoro, ma negli anni 70 con le trasformazioni sociali, politiche, economiche che ci sono state nella città di Napoli c’è stata anche una trasformazione musicale, una situazione che ha riverberato quella trasformazione sociale perché hanno cominciato a partecipare alla musica altre persone. La musica è diventata uno strumento anche di costruzione identitaria differente rispetto a quella da cartolina. E Napoli ha un altro volto, almeno un altro volto sonoro rispetto a quello della tradizione da cartolina, della canzone napoletana classica.”

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Come si svolgeranno i primi due appuntamenti e come sono legati al titolo scelto per la decima edizione?

“Sono quattro serate molto diverse tra di loro. Si inizia con una selezione delle prime parti della banda Santa Cecilia – Città di Molfetta: si sa che appunto la Puglia ha, insieme alla Sicilia, un patrimonio bandistico importante. La banda pugliese è una parte importante dell’eredità musicale italiano e valeva la pena fare un appuntamento su questo, perché stare insieme non è la fine verso l’alba, perché una delle esperienze più belle dell’ascolto della musica per banda lo si ha nella settimana santa durante le processioni notturne quando appunto la banda segue una o più statue dei misteri fino all’alba e sono dei veri riti di trasformazione che vengono fatti con la musica nello spazio urbano, la città si trasfigura verso l’alba fino a prendere appunto un nuovo volto che poi corrisponde anche alla risurrezione di Dio, di Cristo e la luce di Dio che si spande nel mondo, ma tutto questo viene accompagnato dalla musica ed è veramente interessante. Il secondo appuntamento invece appunto Napoli poi… lo dicevamo prima, è l’altro volto di Napoli. Si diceva “guarda Napoli e poi muori” perché appunto i napoletani dicevano che Napoli è il posto più bello del mondo, quindi una volta visto Napoli si poteva anche morire perché si era vista la cosa più bella del mondo. E’ diventato un modo di dire, allora io l’ho preso un po’ così con ironia, “Napoli e poi…” perché appunto qual è quella Napoli lì che era la cosa più bella del mondo, dopo la cui esperienza si poteva solo morire? Ecco c’è un’altra Napoli, una Napoli diversa, che non è quella della cartolina col Vesuvio, ma è una Napoli di quartieri, delle zone industriali, una Napoli dell’immigrazione e una Napoli della cultura contemporanea. E’ un luogo di commistioni che si riflette anche dalla costruzione di una lingua musicale particolare.

E gli ultimi due?

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Il penultimo appuntamento è Prima dell’addiocon Eleonora Filipponi che è sempre più sulla cresta dell’onda, che però oltre al suo lavoro quotidiano in teatro ha anche un’elasticità vocale che le permette di affrontare cose molto diverse fra di loro. Qui noi metteremo insieme diverse forme di musica vocale per una sola voce che raccontano il momento prima della fine di una storia d’amore, appena prima. Che cosa succede prima dell’addio. L’ultimo appuntamento è Una giga non basta ed è un gioco di parole; una giga non basta per fare entrare le cose dentro un hard disk ed è una gioia avere come ospite per l’ultimo evento il gruppo di musica irlandese ma non irlandese più importante che c’è sulle scene attuali. Ci sarà anche un ospite speciale che appunto viene appositamente per l’occasione e insieme giocheremo con quello che è la serata nel pub, ovvero quando i musicisti si trovano e si suona tutto quello che si sa in una dimensione semi aperta, nel senso che se uno non lo sa non deve suonare, però se uno lo sa può suonare. E’ una sequenza infinita di giga e di reel, per cui anche quando uno dice questa è l’ultima giga poi dice no, che ce ne vorrà ancora un’altra. Mi volevo regalare una festa, questa è la festa finale della decima edizione.”

Un elemento interessante riguarda la selezione di vini che sarà diversa per ogni appuntamento. Come mai questa scelta?

“Intanto l’accesso al vino è gratuito. Non si paga, non si paga per bere e non si viene per bere. Diciamo che c’è una cosa di cui sono fiero è che c’è anche gente che viene senza bere e nessuno mai ha bevuto e è andato via. Quest’anno abbiamo Banfi che diventa partner di Tradire e associa un vino diverso alle musiche suonate ogni sera. È un modo di inserire il vino in un progetto culturale per davvero, ovvero io suggerisco all’enologo di trovare delle associazioni fra il vino che produce e la musica suonata per tenere tutti i sensi insieme. In questa mezz’ora di presentazione del vino le persone, ancora una volta, che frequentano gli appuntamenti di Tradire diventano sempre di più una comunità. In quella mezz’ora la gente si conosce, parla e poi usciranno e continueranno a parlare. Diventa un appuntamento dove la gente si ritrova in un posto importante che è un’istituzione culturale ed è un modo anche questo per dire che l’Accademia Chigiana è un luogo aperto dove si va a stare, non è un luogo dove si va ad ascoltare la musica e poi andare via, non è un luogo dove si va a consumare la cultura, ma è un luogo dove si può entrare e godere della bellezza liberamente, basta essere disponibile ad accettare la bellezza.”

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E rispetto alle altre edizioni lei si aspetta qualcosa di diverso? Ad esempio, rispetto al pubblico?

“Il clima è informale e serve appunto proprio per avvicinare la gente alla musica senza vederla come qualcosa che sta al di là della ribalta, ma qualcosa che fa parte della vita quotidiana. Il mio obiettivo è sempre quello di ritornare a raggiungere i giovani, perché Tradire è nata con i giovani, è nata per i giovani, quando parlo dei giovani parlo dei ragazzi che frequentano l’università e che magari hanno tutta una serie di esigenze, o almeno ipotizzo che abbiano tutta una serie di esigenze culturali; questo è un modo di offrirgli un servizio, di dargli la possibilità di avere un’esperienza culturale libera che comunque offre a loro qualcosa che non appartiene a quello che abitualmente sono portati a consumare dal punto di vista culturale.”

Da quando i giovani non frequentano più questi spazi?

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“Il Covid è stato una barriera che ha fatto diminuire verticalmente la presenza dei giovani e di questo mi dispiace molto, perché l’iniziativa continua ad avere successo ed è sempre tutto esaurito. Ora sto provando a riservare un po’ di posti per qualcuno dei ragazzi che si sveglia all’ultimo minuto perché appunto non si considera più nemmeno l’ipotesi di prenotare e avendo sempre tutto esaurito poi mi tocca lasciare i giovani fuori dalla porta, cosa che mi dà molto fastidio però non riesco a capire come fare. Oggi sono cambiate completamente le abitudini e le forme di aggregazione dal vivo sono diventate molto molto più limitate. Secondo me l’ascolto attivo della musica, quindi non semplicemente il consumo, in qualche modo costringe a creare una comunità intorno al palco e questa cosa oggi è forse diventata secondaria per la maggior parte dei giovani.”

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