Terremoto Friuli 1976: il sisma della tragedia e della rinascita

Com lo ha ricordato il cardinale Zuppi e le gerarchie ecclesiastiche. Dal bilancio pesantissimo di oltre 990 morti alla ricostruzione di case, fabbriche e chiese in pochissimi anni: la regione “non dimentica” e continuare a sostenere valori come solidarietà, responsabilità e senso di appartenenza

Terremoto Friuli 1976: il sisma della tragedia e della rinascita
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4 Maggio 2026 - 18.02 Culture


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A cinquant’anni dal terremoto del Friuli del 1976, il ricordo resta vivo non solo per la distruzione, ma anche per la straordinaria capacità di rinascita. Sabato a Gemona, la Caritas ha ricordato quei giorni, segnati dalla mobilitazione di migliaia di volontari arrivati da tutta Italia; mentre ieri, durante una Messa tenutasi dal cardinale Matteo Zuppi, è tornato a risuonare il motto della ricostruzione: “il Friûl al ringracie e nol dismentee”. Per l’anniversario del 6 maggio sono attese anche le visite del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della premier Giorgia Meloni.

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Il sisma, con epicentro tra Gemona e Artegna, raggiunse una magnitudo di 6.5 sulla scala Richter e fu avvertito in tutto il Nord Italia. Alla prima devastante scossa del 6 maggio seguirono altre due, a settembre, che completarono la distruzione. Il bilancio fu pesantissimo: oltre 990 morti, più di centomila sfollati e 45 Comuni rasi al suolo tra le province di Udine, Pordenone e Gorizia. I danni, calcolati oggi, ammontano a circa venti miliardi di euro. Per intensità, è considerato uno dei terremoti più forti della storia italiana.

Eppure, dalle macerie prese forma quello che sarebbe stato definito il “modello Friuli”, simbolo di resilienza. In pochi anni furono ricostruite fabbriche, abitazioni e chiese: il Duomo di Gemona, ridotto a uno scheletro, riaprì nel 1986. “La città ridiventò come le altre ma più umana, perché non può dimenticare i morti” ricorda il centro di documentazione audiovisiva allestito nella centralissima via Bini. Il Monsignor Alfredo Battisti parlò di una vera e propria “invasione di solidarietà”, da cui nacque anche la Caritas diocesana, definita una risposta “più umana, spirituale ed ecclesiale”, capace di rendere concreta la speranza. Questa realtà divenne un punto di riferimento non solo per l’emergenza, ma anche per la crescita sociale e civile del territorio, promuovendo volontariato e attenzione ai più deboli, dall’accoglienza ai gemellaggi tra diocesi, fino all’impegno contro le povertà. “Non c’è male senza un bene”, ricorda il direttore della Caritas udinese don Luigi Gloazzo, sottolineando come anche da una tragedia possa nascere qualcosa di positivo. L’arcivescovo di Udine Riccardo Lamba ha ricordato invece l’importanza di continuare a sostenere valori come solidarietà, responsabilità e senso di appartenenza.

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Le testimonianze di chi visse quei giorni raccontano il lato più umano della tragedia. Roberto Rambaldi, allora volontario tra le macerie, ricorda la paura condivisa con gli sfollati e i momenti semplici, come la sera davanti alla tenda di un anziano che parlava solo friulano e aveva perso il fogolar, la casa, sacra per questo popolo. Un’esperienza che ha segnato gli ex giovani volontari del ’76, molti dei quali hanno poi continuato il loro impegno nel non profit.

Oggi, però, la sfida è diversa. Come ha osservato il direttore di Caritas Italiana don Marco Pagniello, i giovani partecipano ancora alle emergenze, ma spesso senza proseguire l’impegno nel tempo. Per questo, diventa essenziale trasmettere la bellezza di quelle esperienze e far comprendere come da una tragedia possano nascere legami duraturi.

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