La morte di Youssef Abanoub: quando la scuola non é più un luogo sicuro
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La morte di Youssef Abanoub: quando la scuola non é più un luogo sicuro

L'uccisione del 19enne a La Spezia é l'ennesimo caso di violenza giovanile, tra repressione e fallimento collettivo, che racconta una generazione lasciata sola, schiacciata da precarietà, rabbia e mancanza di senso, mentre politica e media semplificano e strumentalizzano.

La morte di Youssef Abanoub: quando la scuola non é più un luogo sicuro
In foto: l'ingresso dell'Istituto Domenico Chiodo di La Spezia
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Marialaura Baldino Modifica articolo

17 Gennaio 2026 - 16.00 Culture


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Immaginate di varcare, una mattina qualsiasi, l’imponente portone della vostra scuola, convinti del fatto che il problema più grande che in quel momento vi affligge è come evitare un’insufficienza, o di capire qualcosa della spiegazione di matematica alla terza ora. O anche di riuscire ad arrivare a fine giornata con pochi sbadigli fatti e poche pagine da studiare per il giorno dopo.

Immaginate, invece, di trovarvi accoltellati nei bagni di quella scuola, lo stesso luogo che pensavate essere un posto sicuro, dove si insegna l’educazione civica, la legalità e che per antonomasia, o meglio, per Costituzione, è il luogo della non-violenza. 

Youssef Abanoub aveva 19 anni e studiava all’Istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia e, tra la terza e la quarta ora di un qualsiasi uggioso venerdì mattina, è stato aggredito e accoltellato da un suo compagno. In serata, tutti i telegiornali e i media ne hanno dichiarato il decesso. 

La narrativa che ne è seguita è sempre la stessa: il sindaco spezino, in collegamento a Otto e mezzo, ha affermato che “c’è una cultura nell’uso di questi coltelli che è veramente inaccettabile e che arriva solo in certe etnie”; i giornali che titolano per incuriosire i lettori esperti e assetati di true crime – tenendo a sottolineare che la lite sia scaturita per colpa di una ragazza – e non per informare; la politica e il governo che insistono nell’approfittare di accadimenti del genere per fomentare idee razziste e emanare decreti legge sulla sicurezza, inasprendo ancora di più l’intervento delle forze dell’ordine (come se i fatti di Torino nel 2023, di Pisa e Firenze a febbraio del 2024 a tanti altri episodi non ci avessero insegnato nulla). 

Intanto, a 16, a 17, 18 o 19 anni, in Italia, si uccide e si muore; il segno di un tempo dove la rabbia, sostenuta dalla solitudine, dall’odio e dalla violenza, cresce dilagandosi a macchia d’olio attraverso una generazione lasciata sola e in balia della sua stessa apatia, finendo per creare una formula emotiva brutale che combina insicurezza cronica e mancanza di senso delle cose.

Con una vita vissuta in una precarietà permanente, dove il futuro é opaco e le tappe della vita vengono continuamente rimandate o bruciate, dove il confronto costante sui i social trasforma ogni giornata in una gara a chi comunica di più in spazi meno sicuri per essere fragili, confusi e non performanti, imperversa una generale crisi del senso di sé, inscritta in una società che ha sì enormi libertà, ma anche spaesamento, melanconia e mancata presa di coscienza e responsabilità. 

Perché è quando la nostra società ha smesso di prendersi cura dei giovani che la solitudine è cresciuta, che l’odio e la rabbia si sono radicalizzati in una cultura del fai-da-te tempestivamente risolutiva e estrema, avendo come modelli linguaggi d’odio e di intolleranza, normalizzati al punto tale da essere considerati come l’unica modalità di rapporto con l’altro. 

La tragica morte di Youssef Abanoub è il risultato di tante scelte sbagliate che negli anni le nostre classi dirigenti hanno preso, rompendo quel patto con l’educazione, la cultura e lo studio che non riescono più da tempo ormai a produrre difese immunitarie necessarie per proteggere la società dai suoi stessi mali. Le famiglie, lasciate sole, non riescono più a costituire anticorpi sufficienti. E nemmeno la scuola, anch’essa lasciata da sola e affaticata, può più risanare un contesto generale così fragile.  

Eppure, è proprio a scuola che si riversa la maggior parte del disagio giovanile; dentro le aule arrivano differenze culturali e tradizionali, disuguaglianze economiche, fragilità emotive e difficoltà familiari sempre più marcate. Le si chiede di sistemare ciò che altrove non funziona, ma spesso senza un reale sostegno da parte delle altre istituzioni o senza che le vengano disposti gli strumenti adeguati ad affrontarle, paradossalmente sottovalutandola e sovraccaricandola allo stesso tempo.

In tutto questo buio e cupo marasma, però, sono proprio la cultura e la scuola che potrebbero costituire parte importante degli strumenti utili a salvare noi stessi e gli altri: dando parola al disagio, evitando che il dolore resti muto e si tramuti rabbia, cinismo o rassegnazione; ad alzare lo sguardo e allargare l’orizzonte, ricordandoci che ciò che viviamo non è solo nostro né definitivo, ma comune e condiviso; rendendo i ragazzi meno succubi di narrazioni tossiche, modelli irrealistici e semplificazioni violente.

Trovando, quindi, la risposta e la soluzione non in una maggiore e stingente repressione, ma attraverso forme di prevenzione culturale collettiva. Poiché senza vera e giusta prevenzione, nessuna punizione aiuta, nessuna correzione salva. 

Intanto, mentre il governo modifica – di nuovo – il pacchetto sicurezza con decreti anti maranza e con norme da Stato di Polizia e mentre ci arrabattiamo a discutere di legalità e problemi sociali, questa mattina in provincia di Frosinone, a poche ore di distanza dalla morte di Youssef Abanoub, un altro studente di 17 anni è stato accoltellato davanti ad un liceo.  

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