Quasi sempre l’ordine pubblico è una questione di prevenzione
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Quasi sempre l’ordine pubblico è una questione di prevenzione

Riflettendo sui gravi fatti di Torino. Come e perché isolare i violenti. Il diritto a manifestare non si tocca.

Quasi sempre l’ordine pubblico è una questione di prevenzione
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3 Febbraio 2026 - 17.04 Culture


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di Giovanni Gozzini

L’aggressione all’agente di polizia avvenuta a Torino mi ha ricordato una vecchia storia. Eravamo nel 2002 e Firenze aveva da gestire la patata bollente del Global Social Forum: il primo dopo i fatti Genova dell’anno prima che avevano visto i “Black Bloc” mettere a ferro e fuoco la città, un dimostrante ucciso e la “macelleria messicana” alla scuola Diaz.

L’amministrazione comunale ebbe il suo daffare a convincere l’allora ministro degli Interni a bloccare alla frontiera i circa duemila professionisti della violenza tutti conosciuti per nome e cognome dall’Interpol. Alla fine ci riuscì e ricordo bene la giornata del corteo conclusivo (quella più attesa e temuta) quando alle nove di mattina gli agenti misero via caschi e manganelli. Sapevano già che tutto sarebbe andato bene. Noi ancora no, ma ebbero ragione loro.

Quasi sempre l’ordine pubblico è una faccenda di prevenzione. Che ricade sulle istituzioni, prima di tutto. Ma anche sui manifestanti. Quando ero ragazzo e stavo in mezzo a loro c’erano i servizi d’ordine (tanti quanti i gruppi politici mobilitati) che avevano il compito di controllare che non si facessero stupidaggini. Ho l’impressione che questa sana abitudine si sia un po’ persa per strada. Che gli organizzatori odierni dei cortei chiudano gli occhi e se vedono che c’è qualche malintenzionato pensino “fatti loro”. No, non sono fatti loro. Perché se fanno qualche stupidaggine – ma si parla di atti violenti contro cose e persone che hanno conseguenze gravi – domani i media parleranno solo di quello: della stupidaggine. E non dei motivi della manifestazione. Vale per tutti, naturalmente. Per Askatasuna come per la Palestina.

E’ dovere di chi organizza le mobilitazioni fare in modo di prevenire le “stupidaggini” anche mettendosi d’accordo con la polizia. Che non è la stessa di quando ero ragazzo ed è cresciuta enormemente nella capacità di gestire l’ordine pubblico. Lo fanno ogni settimana negli stadi anche se nessuno se ne accorge. Con sensibilità e conoscenza, sapendo coniugare deterrenza e repressione, sapendo distinguere tra “buoni” e “cattivi”. Ci sono le eccezioni, come sempre (vedi Pisa, febbraio 2024). Ma confermano la regola. Le istituzioni poi sono le prime a dover prevenire.

Posso sbagliarmi ma credo che i violenti di sabato scorso siano ben noti alle questure. Basta seguirli prima e impedirgli di partecipare al corteo. Credo che nessuno degli organizzatori del corteo interessati alla causa della manifestazione protesti contro questa misura di prevenzione. Gli imprenditori politici della paura fanno sempre la voce grossa a posteriori e oggi parlano di cauzione per scendere in piazza. Come se la democrazia fosse una merce a pagamento.

Se siamo diversi dall’Iran è (anche) perché da noi si manifesta liberamente. E su questo solo gli ignoranti nostalgici (inconsapevoli) della grida manzoniane contro i “bravi” di Don Rodrigo possono discutere. Il diritto a manifestare non si tocca. Nemmeno sotto forma di un peloso ricatto monetario di responsabilità civile e penale per conto terzi. In Italia chiunque deve poter manifestare senza dover pagare danni. In Italia chiunque sia interessato alla buona causa della sua manifestazione ha il dovere di prevenire incidenti insieme alle forze dell’ordine.

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