Milano-Cortina 2026: oltre ai cantieri in ritardo il disastro ambientale
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Milano-Cortina 2026: oltre ai cantieri in ritardo il disastro ambientale

Solo il 42% delle opere sarà pronto per l'apertura. Il resto finirà chissà quando, con costi lievitati di 4 miliardi. L'Italia ha scelto cemento innevamento artificiale e abbattimento di larici secolari.

Milano-Cortina 2026: oltre ai cantieri in ritardo il disastro ambientale
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6 Febbraio 2026 - 18.05 Culture


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A 2.625 metri di quota, sulla Marmolada, il vento fischia tra i resti della Bidonvia di Pian Dei Fiacconi: un relitto d’acciaio e cemento, immobile dal 2019. Un simbolo e una ferita nella montagna, uno dei tanti lasciati da un passato recente che restano lì a marcire, mentre la moderna macchina olimpica porta avanti i lavori, ignorando i tanti moniti di chi vedeva in quello di Milano-Cortina 2026 un modello obsoleto. Le promesse parlavano di velocità ed efficienza. I fatti, monitorati da Open Olympics (panel promosso da Libera e Legambiente), raccontano un’altra storia, fatta di ritardi su ritardi e tanta opacità. Appena il 42% delle opere previste vedrà la luce prima della cerimonia d’apertura e il restante 57% sarà terminato non si sa quando, con cantieri che si trascineranno per chissà quanti altri anni.

Le opere pubbliche hanno sforato di 4 miliardi e questo solleva pesanti dubbi sulla sostenibilità dell’evento. Sui subappalti, nessuna trasparenza: i dati non sono incrociabili con l’ANAC, rendendo impossibile ogni verifica. Tutto ciò accade in un contesto ambientale drammatico, perché le Alpi come altre catene europee soffrono di un surriscaldamento doppio rispetto alla media mondiale, al quale si risponde con procedure di accanito innevamento artificiale. Solo in Italia si contano 65 bacini di accumulo idrico per la neve finta, per una superficie di quasi 2 milioni di metri quadrati. La mela avvelenata in tutto questo, forse il disastro maggiore, riguarda Cortina, dove per la pista da bob sono stati abbattuti circa 2.000 larici, parecchi secolari. Tutto ciò ignorando completamente le vive proteste di associazioni locali oltre ai pareri contrari di alcuni organismi di vigilanza ambientale. Una scelta infrastrutturale, si è detto, una di quelle “pesanti” che ha ignorato gli appelli per un nuovo modello basato sull’adattamento e sull’innovazione, a cui è stato preferito il cemento al potenziamento della rete ferroviaria.

Il report Nevediversa 2025 fotografa un’Italia disseminata di “ecomostri bianchi”, con 265 impianti sciistici ed edifici collegati ormai non funzionanti. La Fondazione Milano-Cortina aveva promesso di farsi carico di alcune di queste situazioni critiche, ma come tante delle promesse fatte anche questa è svanita nel nulla. Il paesaggio soffre, come anche il portafoglio dei turisti, colpiti dal rincaro dei prezzi dei trasporti legati all’indotto olimpico.

In questa Europa dove l’Italia si muove ostinatamente controcorrente a Innsbruck, in Austria, i cittadini hanno detto “no” ai Giochi con un referendum; nel Canton Vallese (Svizzera), la popolazione ha negato il finanziamento pubblico. Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) aveva suggerito di delocalizzare le gare di bob, slittino e skeleton presso impianti già esistenti all’estero, come quello di Innsbruck o Sankt Moritz, proprio per evitare l’impatto ambientale e i costi folli della nuova struttura di Cortina. Ma la politica italiana ha insistito, si è impuntata, forse per orgoglio, per costruire da zero. Ma chi vive d’orgoglio, spesso, finisce col pagare il conto delle proprie manie di grandezza con la moneta del fallimento.

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