E’ ora di guardare la realtà: il mito della "neutralità" non regge
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E’ ora di guardare la realtà: il mito della "neutralità" non regge

Il Festival di Sanremo viene presentato come una bolla protetta, un mondo altro, lasciando ad alcuni spettatori la sensazione che certi temi non facciano parte di questo evento. Se la musica riesce a toccare la memoria collettiva, lo spettacolo non si indebolisce, ma al contrario ci coinvolge, crea un senso di appartenenza e di riconoscimento.

Fonte: ilfattoquotidiano.it
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26 Febbraio 2026 - 16.27 Culture


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di Giada Zona

Mentre il mondo è attraversato da guerre, emergenze climatiche, disuguaglianze e povertà, milioni di italiani si ritrovano cinque serate seduti sul divano, spesso in ottima compagnia, a godersi il Festival; diventiamo critici musicali, facciamo qualche commento sui look, con la tendenza a venerare –ancora di più rispetto al solito– il nostro pezzetto di mondo. Sanremo è davvero lo specchio della società italiana, come molti sostengono, o forse è la parte che ci conviene vedere? Il Festival tende a presentarsi come una bolla protetta, una parentesi artificiale, un mondo altro, lasciando ad alcuni spettatori la sensazione che certi temi non facciano parte di questo evento.

Basti pensare agli Stati Uniti, dove l’artista Bruce Springsteen ha scritto e cantato “Streets of Minneapolis”, dedicata a due cittadini uccisi dall’ICE: la musica ha attraversato e raccontato la realtà, dando voce ad un’esperienza comune in cui la comunità può riconoscersi. Perché a Sanremo il palco è solo un luogo di intrattenimento e fatica a diventare luogo di condivisione di ciò che sta accadendo? Sembra sempre esserci una soglia oltre la quale è preferibile non andare, dove i riferimenti al mondo circostante vengono percepiti come un disturbo, qualcosa di troppo che deve essere delegato ad altri luoghi e ad altre persone; al contrario, la “leggerezza” dello spettacolo, spesso rimarcata per sottolineare la neutralità del Festival, dovrebbe affiancarsi alla consapevolezza del nostro tempo. L’impressione è quella che certi argomenti, se discussi, rischierebbero di compromettere la funzione rassicurante dell’intrattenimento, con l’obiettivo di rendere lo spettacolo un luogo protetto.

La musica dovrebbe infatti toccare la memoria collettiva e la nostra sensibilità; lo spettacolo, poi, non diventerebbe più noioso, ma al contrario riuscirebbe a coinvolgerci e a creare un senso di appartenenza e di riconoscimento. Il programma più seguito dagli italiani dovrebbe infatti avere la sensibilità di non apparire completamente separato dalla vita reale. Essendo un rito collettivo, Sanremo dovrebbe impegnarsi a ricordarci ciò che succede fuori dall’Ariston; dovrebbe suggerire ai suoi spettatori una chiave di lettura e di interpretazione della realtà. Sono gli stessi artisti ad introdurre nei loro testi il mondo che ci circonda: di per sé è inevitabile. In alcuni casi è certamente più chiaro, con riferimenti espliciti alle guerre o al contesto italiano, mentre altri, pur essendo racconti introspettivi, raccontano le vicissitudini della nostra società.

Durante le prime serate, i riferimenti ai conflitti, alle tragedie contemporanee sono stati brevi e marginali; frasi buttate qua e là, del tutto decontestualizzate, che non hanno né uno scopo informativo né possono essere considerate spunto di riflessione per il pubblico. Un esempio è quanto accaduto nella prima serata dopo l’esibizione di Ermal Meta, che sul palco dell’Ariston ha portato “Stella, stellina”, brano dedicato ad una bambina di Gaza; l’unico appunto del conduttore è durato circa 10 secondi.

Lo stesso copione si è ripetuto alla fine dell’esibizione di Levante durante la prima serata, quando Carlo Conti ha dedicato una frase di sostegno alla Sicilia. Ancora una volta, tutto si è risolto in poche parole, subito assorbite dal ritmo dello spettacolo, senza lasciare spazio ad una riflessione. Stesso errore compiuto durante la seconda serata del Festival quando, alla fine del duo Achille Lauro-Laura Pausini, tra il pubblico è apparso un cartello con la scritta “Niscemi R-esiste” e anche in questo caso, di fronte ad un evidente simbolo, il conduttore si è sentito di dedicare qualche parola alla Sicilia. Solo qualche accenno e tutto continua a proseguire come niente fosse.

Al contrario si è mostrata invece autentica e profonda, utile a riflettere su quanto accaduto, la performance di Achille Lauro che canta la sua Perdutamente, come ha già riportato un nostro redattore nell’ articolo che qui allego .

Una scelta giusta, un momento dove Achille Lauro si è preso la scena e ci ha teso la mano, facendoci rivivere quel tragico primo gennaio e i giorni seguenti, quando aspettavamo gli aggiornamenti della vicenda da parte dei media. 

Certo non si può pretendere che Sanremo diventi uno spazio di analisi approfondita del presente, ma almeno quando certi temi emergono meriterebbero un minimo di attenzione in più, meno teatrale, più autentica. Il Festival deve rimanere intrattenimento, ma fingere che l’arte e la realtà circostante siano due ambiti separati e separabili significa ignorare ciò che sono. La creazione artistica e la società si intersecano; la musica non è solo divertimento o evasione, ma è anche una presa di posizione sul presente, una critica e un’analisi dell’attualità, che contribuisce a creare una memoria condivisa.

Credo che dovremmo ripartire da qui: la società dovrebbe accettare che non possiamo rendere neutrale qualcosa che nasce dentro la realtà e ne è inevitabilmente parte e dovremmo superare quello stigma culturale, piuttosto diffuso, che considera le questioni sociali come argomenti discutibili solo da élites. Le responsabilità collettive non vengono prese solo da intellettuali o da coloro che appartengono alla cultura alta: le riflessioni possono avvenire anche tra i vicoli di un borgo, nelle conversazioni tra amici, nel tavolo di un bar, nei gesti quotidiani e, semplicemente, in una canzone.

Sanremo potrebbe quindi essere qualcosa in più, uno spazio capace di riconoscere il tempo in cui viviamo, restituendo alla cultura popolare la sua capacità di raccontare la realtà.

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