di Lucia Mora
Credo di aver abbandonato mentalmente, fisicamente e spiritualmente il 76° Festival di Sanremo pochi attimi dopo la sua inaugurazione, quando il pubblico – e il direttore artistico, Carlo Conti – si sono trasformati in anatre con l’irrinunciabile aiuto dell’intelligenza artificiale. Penso tuttora che quel momento sia perfetto per inquadrare tutta la noia e la mestizia dell’edizione 2026, dove il livello è talmente basso che non esiste un singolo brano che ho voglia di riascoltare.
E mica è un sentimento solo mio. A livello di ascolti televisivi, i dati parlano chiaro: sebbene lo share rimanga “alto” in termini percentuali, la platea complessiva è significativamente diminuita rispetto all’anno scorso. E no: la concomitanza delle partite di Champions League non c’entra (anche se, da interista, tra un siparietto Conti-Pausini e la sconfitta contro il Bodø/Glimt, ammetto che avrei preferito la disfatta a San Siro). Altrimenti non si spiegherebbe il parallelo calo nello streaming: nel 2025, “Balorda nostalgia” di Olly vantava oltre due milioni di riproduzioni su Spotify; nel 2026, la canzone più riprodotta è “Male necessario” di Fedez e Marco Masini, che non arriva nemmeno a un milione.
Lungi da me lasciar intendere che quello di Olly fosse un capolavoro o che l’anno scorso ci trovassimo di fronte a Woodstock: Sanremo è Sanremo (cit). Ma, quantomeno, il carrozzone conservava quella goliardia circense che un sorriso ogni tanto sapeva strapparlo. Vuoi per un cast decisamente più pop e meno anonimo, vuoi per un’atmosfera più distesa. In questi giorni, la frase più rivoluzionaria l’ha pronunciata Laura Pausini (e potrei anche fermarmi qui) la quale, dopo aver torturato “Heal the World” di Michael Jackson, ha osato dire: “Vogliamo un mondo senza guerre”. A metà tra una Miss Italia timida e un temino delle medie irrisolto.
Il problema (uno dei) della conduzione di Conti è proprio questo: fuori il mondo brucia, mentre all’Ariston si respira la naftalina di un pensiero anestetizzato. Controllato. Vincolato a un copione da cui è vietato sgarrare – che poi tanto il rischio di sgarrare non si presenta, perché il direttore artistico i suoi se li sceglie bene, addomesticati, quasi tutti innocui e democristiani.
E così, eccezion fatta per un Ermal Meta che ricorda (molto, molto, molto vagamente) Gaza, una Malika Ayane che invita tutti ad andare a votare al referendum (in conferenza stampa, non certo in prima serata) e una Levante che dà un bacetto sulle labbra a Gaia (subito censurato dalle telecamere, non sia mai!), il brivido lo trovi solo nella caccia all’errore nelle grafiche, tipo il mitologico “Repupplica” o “Suzuky” (non esattamente il massimo, per uno sponsor, vedere il proprio marchio storpiato in mondovisione).
Un pressappochismo che, nella proverbiale fretta “contiana” di passare oltre senza troppi indugi per rispettare la scaletta, finisce per dare alle papere fatte con l’IA lo stesso peso che si è dato a Gianna Pratesi, la mitica signora centenaria che nel 1946 votò per la Repupplica; ai Premi alla carriera lo stesso spazio e ritmo dei momenti comici (o presunti tali). È quello che in sociologia chiamano il collasso del contesto: l’attimo prima parli di femminismo e l’attimo dopo chiedi un bacino sulla guancia a Belén Rodríguez. Un suicidio televisivo senza ritmo, senza senso e, soprattutto, senza rispetto.