Jacopo Fo: quel lampo nella casetta rosa mi insegnò tante cose
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Jacopo Fo: quel lampo nella casetta rosa mi insegnò tante cose

Il Premio Nobel, Dario Fo, fu un padre affettuoso che trasmetteva stimoli con positività e allegria. Franca Rame e la sua peculiare forma di educazione. Il figlio ci racconta, in questa intervista, i valori trasmessi dalla sua famiglia.

Jacopo Fo: quel lampo nella casetta rosa mi insegnò tante cose
In foto: Dario Fo e Franca Rame, insieme al figlio Jacopo Fo
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31 Marzo 2026 - 14.37 Culture


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di Luisa Marini

Tuo padre, Dario Fo, lo conosciamo tutti: lo abbiamo visto a teatro e in tv, con il suo grammelot e l’uso dissacrante della comicità: com’era stare con lui? Era un padre scherzoso e stimolante? 

É stato molto bello. Quando ero piccolo, quando lavorava, dovevamo stare tutti zitti e nessuno poteva entrare nel suo studio. Avevo però scoperto che, se strisciavo dentro mettendomi a disegnare e siccome lui amava tantissimo disegnare, dopo un po’ smetteva di scrivere e si metteva a disegnare con me. Una volta stavo facendo una casetta tutta rosa, bella ordinata (ero un bambino ordinatissimo), e lui mi prende una matita viola e mi fa un quadrato viola sulla mia casetta rosa. Allora gli ho detto: “scusami papà, ma è una casa rosa, perché mi fai il quadrato viola?”Lui mi ha risposto: “c’è il lampo”. Questo mi ha esaltato: siccome poi facevo tutte le case a quadrati di diversi colori, e poi se la maestra mi diceva qualcosa, le dicevo “Guardi, c’è il lampo, lo chieda a mio padre cos’è”. 

Un’altra volta ho fatto un disegno che non mi piaceva e ho detto “adesso lo butto via perché è brutto”. Mio padre mi ha risposto “guarda, quando c’è qualcosa che non ti piace che hai fatto, devi insistere e trovare il modo di farla diventare bella, perché dentro ogni grande opera d’arte c’è un errore”. Qualche settimana dopo, lui stava dipingendo su un’asse di legno un viso di donna. Ad un certo punto dice “non va” si dirige versi il bagno e lo mette nella vasca, apre la doccia con l’acqua calda e il getto d’acqua scioglie questo quadro. Io mi metto a piangere, poi siccome erano restati dei punti in cui il colore era secco oppure era penetrato nel legno, da quello inizia a rilavorare con i pennelli e viene fuori una cosa ancora più bella. Allora ho capito questo concetto. 

Poi mio padre mi raccontava delle storie meravigliose; Pinocchio  che nel suo racconto diventa un investigatore privato che fregava sempre il gatto e la volpe. Un giorno che doveva andare a lavorare, ma mi aveva promesso  una favola per farmi addormentare, mentre si faceva la barba, mi raccontò di come i milanesi fondarono Alessandria come trappola contro Federico Barbarossa. Questa storia mi appassionò tantissimo, perché era la storia raccontata dal popolo. 

Questa era la   sua capacità affabulatoria che conquistava tutti, quando sentivo i monologhi in grammelot rimanevo incantata. Ricordi come’è nato  il grammelot?

I giullari per non finire sul rogo impiccati attaccavano il potere, però usavano questa lingua che non esiste, ma si capisce che dice chiaramente “abbasso l’imperatore”. Lo facevano capire soprattutto con la gestualità.

Il grammelot lo scoprì nel ‘68, quando  lavorava  con un gruppo di docenti universitari. Fu allora che scoprì che siccome la carta era preziosa, i notai appassionati di teatro, annotavano il canovaccio degli spettacoli dei giullari sui bordi dei contratti. Così nessuno riusciva a capire cosa fossero. Neanche mio padre. Ma mia madre, che veniva da una famiglia che conosceva  una produzione secolare di teatro dell’arte, capiva le parole chiave. Il contrasto viene da una macchina teatrale fondamentale, antichissima, quella del contrasto: c’è  il clown rosso, che è quello dispettoso e il clown bianco, che è quello educato. Oggi lo sappiamo tutti. Questa è la versione corrente ma il grammelot di papà nasce in realtà alla fine degli anni Cinquanta.

Mio padre era un grande cantante – tanto che era stato preso per il coro Vescovile di Varese cantando il Gregoriano. Tra gli anni Cinquanta e  Sessanta c’erano alcuni locali dove si ritrovavano gli artisti: Moravia, Pasolini con  attori, pittori, architetti. Stavano  arrivando in Italia i grandi cantanti neri, come Armstrong. Si mettevano tutti a cantare ma mio padre, che non sapeva l’inglese, quando toccava a lui la cantava in grammelot. Se vai su YouTube e cerchi “Dario Fo – Pianto dei piantatori di piante”, trovi una registrazione del 1961(https://www.youtube.com/watch?v=3cQMzU5dJNA) e puoi ascoltare uno spiritual americano cantato in grammelot, cioè in finto inglese! 

Quindi c’era un’inventiva incredibile che fin da bambino ti ha stimolato tantissimo.

Io assistevo alle prove degli spettacoli che ero spesso in costume. Una meraviglia.  Mi arrabbiavo soltanto per uno spettacolo, La Marcolfa, in cui mia madre aveva il naso finto e camminava fingendo di zoppicare: era bruttissima, allora io per questo mi arrabbiavo.

Insomma, sei stato un bambino fortunato...

Sì, per molti versi. Ma è stato anche duro, facevo parte di una famiglia perseguitata dalla violenza del potere. A sette anni andavo a scuola, scortato dai Carabinieri, perché dopo Canzonissima i miei avevano ricevuto la condanna a morte per me con una piccola barra bianca e una lettera scritta col sangue umano e con tutte le torture che mi avrebbero fatto prima di sgozzarmi. Io l’ho scoperto molto più tardi.

Era una famiglia costantemente in tensione, per le aggressioni a teatro negli anni Sessanta, quando ancora l’impegno dei miei non era così schierato politicamente. I fascisti tentavano di bloccare gli spettacoli e ci furono parecchie situazioni in cui ci furono scontri tra gruppi di fascisti e antifascisti.  A volte arrivavano i parà, compravano il biglietto e poi botte.

Perché i fascisti hanno sempre paura? E perché prendere di mira un comico che sovverte?

Fai molto più paura se fai ridere, se questo ti porta al successo. Loro poi arrivano in televisione, con Canzonissima fu stato un successo strepitoso. Ma sappiamo come finì e dopo16 anni che erano stati fuori dalla televisione vi ritornarono solo nel 1976.

C’è qualcosa che ti piacerebbe ti fosse domandato su tuo padre, sui tuoi genitori?

I miei genitori mi hanno sempre detto: “fai quel che vuoi che campi di più”, che vuol dire trovare una tua passione e quando l’hai trovata diventerai inarrestabile. Mio padre ha lavorato tutti i giorni della sua vita, io ho lavorato tutti i giorni della mia vita. Un’altra cosa è che io non sono mai stato punito, cioè il concetto del “ti metto in castigo” non esisteva a casa mia. C’era mia madre che mi spiegava perché avevo fatto una cosa che era sbagliata; magari me la spiegava per un’ora. Era una rottura di … incredibile. 

L’altro grande insegnamento che mi hanno lasciato é: se tu non fai qualcosa per gli altri, non pratichi la solidarietà, la condivisione, la pietà e la sofferenza degli altri, la tua vita non ha peso, non ha valore. 

E’ sottovalutato il loro aiuto costante ai disabili, famiglie in difficoltà, alle fabbriche occupate. Hanno devoluto una gran quantità di denaro: tutti i soldi del Nobel sono andati ai disabili. Tutti i soldi che mia madre ha guadagnato come senatrice li ha dati tutti per iniziative solidali. Non una privazione ma è stato per loro un grande piacere. Il giorno che ho visto mio padre più contento non è stato quando ha preso il premio Nobel, ma quando ha potuto regalare 36 pulmini trasformati per poter trasportare le carrozzine per invalidi a 36 associazioni. 

Tu, sulle loro orme, hai poi hai creato la Libera Università di Alcatraz e sei stato il primo a portare Patch Adams  a farci dei corsi.

Sì. E anche Madan Kataria, l’indiano che ha inventato lo yoga della risata. In due corsi della durata di una settimana, abbiamo formato 600 clown che poi hanno iniziato ad andare negli ospedali in Italia perché allora c’era qualcuno ma erano dei gruppi microscopici. 

È stato il grande lancio della comico-terapia negli ospedali. Tra l’altro era vietato. Io mi resi conto che i clown che noi formavamo venivano proprio cacciati in malo modo dagli ospedali, dovevano nascondersi in bagno, mettersi il costume, poi avevano pochi minuti perché quando si accorgevano che erano lì a far ridere i bambini, li cacciavano. Allora occupammo il Ministero della Sanità a Roma in otto e c’era il ministro Rosy Bindi che si rifiutava di incontrarci, poi quando si rese conto che la polizia ci doveva portare fuori a braccia ci stette a sentire e si rese conto che era una follia questa legge e proprio quel giorno la cambiò dando la possibilità a queste centinaia di clown formati ad Alcatraz di poter andare negli ospedali. E’ stato un cambiamento radicale. 

Oggi sembra, dopo il grande buio, sembra  che i cittadini si stiano svegliando: proprio ieri ci sono state tantissime manifestazioni in America contro Trump. E anche in Italia ci sono segnali di cambiamento: tu come la vedi?

È importante quello che è emerso da questo referendum. Oggi i ragazzi son quelli che la usano di più. Abbiamo una capacità di comunicazione che è mille volte quella di 50 anni fa. Il referendum, se hai visto, non l’hanno  mica vinto i partiti, l’hanno vinto i ragazzi e alcuni intellettuali, attori, giudici come  Gratteri, Pif, Barbero e tanti altri. Grazie ai giovani, ai loro video che hanno fatto milioni di visualizzazioni. La quantità di ragazzi che stanno producendo video, canzoni, poesie, quadri, cartoni animati  è diecimila  volte superiore  a quella che era negli anni Novanta. Con i mezzi di comunicazione di oggi stanno venendo fuori una quantità di artisti che è una cosa straordinaria. Con questi mezzi non si producono solo brutte notizie. Per vent’anni con i miei genitori abbiamo fatto in Italia il primo quotidiano delle buone notizie, Cacao, con cui abbiamo aperto la strada Oggi l’inserto sulle  buone notizie la fa pure il Corriere della Sera, lo fa l’Avvenire, lo fanno un sacco di trasmissioni televisive. Ma quando noi abbiamo iniziato non lo faceva davvero nessuno.

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