Si vota in Ungheria e non è solo un fatto di politica interna
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Si vota in Ungheria e non è solo un fatto di politica interna

Dopo 16 anni di “democrazia illiberale” interna e di continua erosione dei rapporti di Orbán con la Ue, domenica prossima c’è la possibilità di cambiare. Péter Magyar rappresenta la novità e una rottura credibile verso i meccanismi del potere che contesta.

Si vota in Ungheria e non è solo un fatto di politica interna
Peter Magyar e Viktor Orbán
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Marcello Cecconi Modifica articolo

10 Aprile 2026 - 08.11 Culture


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Le elezioni parlamentari del 12 aprile in Ungheria rappresentano molto più di un passaggio elettorale nazionale. Sono un banco di prova per l’assetto politico europeo e per la tenuta di un modello di democrazia “illiberale” costruito da Viktor Orbán negli ultimi sedici anni. In gioco c’è il rapporto con Bruxelles, la posizione sulla guerra in Ucraina e l’equilibrio tra alleanze occidentali e aperture personalizzate verso Mosca e Washington.

L’Ungheria resta formalmente nel cuore dell’Ue, integrata economicamente, ma geopoliticamente sempre più oscillante fino a ritrovarsi ai margini. Le tensioni con l’Ue sono cresciute negli anni tra procedure d’infrazione, fondi congelati e accuse di erosione dello stato di diritto. Parallelamente, Budapest mantiene relazioni ambigue con la Russia di Vladimir Putin, soprattutto sul piano energetico, mentre ha trovato una sponda politica negli Stati Uniti di Donald Trump. Il presidente Usa gioca forte sulla rielezione di Orbán e la straordinaria partecipazione ai suoi comizi di D.J. Vance, potente vicepresidente di Trump, ne è la prova.

Ma a pesare sul voto sarà anche la congiuntura economica con l’inflazione elevata degli ultimi anni insieme a crescita debole e una sempre diffusa percezione di stagnazione. È su questo scarto tra narrazione di stabilità e realtà quotidiana che si inserisce una sfida elettorale senza precedenti. Gli sfidanti sono due: Viktor Orbán e Péter Magyar

Viktor Orbán

Alla guida del governo ungherese senza interruzioni dal 2010, in questi oltre 16 anni ha portato avanti una profonda trasformazione della democrazia ungherese, da lui stesso definita illiberale”. Il suo partito, Fidesz, sempre più spostatosi all’estrema destra, ha costruito nel tempo un sistema politico definito “Ner” (Sistema di cooperazione nazionale), basato su una forte centralizzazione del potere e su una rete di fedeltà economiche e mediatiche.

Comunicativamente Orbán ha perfezionato una strategia fondata sulla “costruzione del nemico” attenzionando migranti, Bruxelles, comunità Lgbtqi+ fino all’Ucraina di Volodymyr Zelensky. Il messaggio dominante è quello della minaccia esterna, capace di trasformare il voto in una scelta di sicurezza più che politica. Negli anni, la concentrazione dei media in mani vicine al governo ha ridotto il pluralismo, mentre campagne digitali, anche con contenuti manipolati o generati da intelligenza artificiale, alimentano una realtà parallela. In questo ecosistema, il dibattito pubblico viene orientato più sulle paure che sui temi interni come sanità, salari o inflazione.

Péter Magyar

La novità di queste elezioni è il giovane avvocato di Budapest. Magyar, fino a poco tempo fa appartenente alla stessa famiglia politica di Orbàn, ne è uscito sbattendo la porta e denunciandone la deriva autoritaria. Il partito a cui si è unito è il Tisza Part che si muove sulle classiche coordinate del centro destra conservatore ma liberale e pro-Ue. A favore dei diritti civili, pur nella difesa dei valori tradizionali, è contro lo “stato mafioso” e il suo controllo dell’informazione. In economia punta a dare concretezza alla competitiva fra imprese e autorevolezza ai governi locali.

La sua comunicazione è speculare e opposta a quella di Orbán perché meno centrata su nemici esterni, più focalizzata su corruzione, stagnazione economica e qualità della democrazia. Magyar percorre il Paese in modo capillare, puntando su un contatto diretto e su un linguaggio meno ideologico, più pragmatico. Nei social e nelle piazze, la sua narrativa cerca di riportare il discorso sull’Ungheria reale, contrapponendosi alla dimensione narrativa costruita dal governo.

Il sistema elettorale

L’Ungheria ha un sistema a due livelli per eleggere l’Assemblea Nazionale di 199 membri. Distretti uninominali (Smd): 106 seggi. Ogni distretto elettorale elegge un deputato tramite il sistema first-past-the-post (Fptp). Ciò significa che il candidato con il maggior numero di voti vince il seggio, anche se ottiene meno del 50% dei voti. Liste di partiti nazionali: 93 seggi. Questi sono assegnati proporzionalmente in base ai totali dei voti nazionali, con un sistema di aggiustamento che dà un peso supplementare ai voti espressi per i candidati perdenti nei distretti, noti come voti di compensazione. La combinazione di questi due sistemi è stata progettata per bilanciare la rappresentanza locale con l’equità proporzionale, ma in pratica favorisce il partito di governo e rende decisivi i collegi uninominali: per governare servono almeno 56-58 seggi su 106.

Oltre a Fidesz e Tisza, partecipano al voto altre tre forze come l’estrema destra di Mi Hazánk, la sinistra dei Democratici (DK) e il partito satirico Kétfarkú Kutya Párt e in questo quadro, i piccoli partiti possono risultare determinanti. Mi Hazánk potrebbe superare la soglia del 5% e sostenere Orbán, mentre DK e il partito satirico rischiano di sottrarre voti all’opposizione nei collegi chiave.

Se nessun partito riuscirà ad avere 100 seggi, ci saranno difficoltà nel formare l’esecutivo in quanto i partiti dovrebbero negoziare coalizioni per formare un governo. Sono tecnicamente possibili anche i governi di minoranza ma sarebbero politicamente fragili. Il Presidente dell’Ungheria Tamás Sulyok, dal 2024 eletto dal Parlamento su indicazione di Orbán, potrebbe svolgere un ruolo nell’invitare un leader di partito a formare un gabinetto. Sebbene l’Ungheria abbia forti norme politiche che favoriscono i governi di maggioranza, i colloqui di coalizione dell’ultimo minuto potrebbero comunque influenzare la stabilità post-elettorale.

Le previsioni indicano un vantaggio di Magyar, con percentuali che oscillano tra 5 e 15 punti a seconda degli istituti. Tuttavia, l’ampia area di indecisi, il voto dall’estero e i meccanismi del sistema elettorale rendono il risultato altamente incerto. Anche un margine ridotto potrebbe tradursi in una maggioranza parlamentare solida per uno dei due schieramenti.

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