Si può sbagliare un messaggio ed allora è un errore di comunicazione. Ma ci sono anche gli errori di comunicazione che nascono da un contesto sbagliato. La campagna dell’Università di Torino per le immatricolazioni del nuovo anno accademico appartiene alla seconda categoria. L’idea, sulla carta, sembrava semplice. Scegliere di mostrare alcuni ex studenti illustri dell’ateneo per raccontarne il valore e attrarre nuove matricole. Tra loro anche Primo Levi. Il problema non è certo la scelta della figura. Levi è uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento, una voce morale e letteraria che continua a parlare al presente. Il problema è come quella figura è stata raccontata.
Nella campagna si leggeva che Levi si iscrisse all’Università di Torino nel 1937 e che nel 1947 pubblicò Se questo è un uomo. Suggerire un rapporto di continuità quasi lineare tra l’esperienza universitaria e il successo letterario successivo potrebbe sembrare una sequenza temporale apparentemente innocua, ma produce un effetto comunicativo inquietante a chi conosce la storia del nostro ultimo secolo. Come se tra quelle due date ci fosse semplicemente un percorso di formazione, una carriera, magari qualche difficoltà e poi il riconoscimento.
In mezzo, invece, c’è l’abisso. C’è il fascismo. Ci sono le leggi razziali. C’è l’arresto. C’è Auschwitz. C’è la deportazione. C’è quell’esperienza estrema che non fu una parentesi da iscrivere nel curriculum come un “Erasmus o una sorta di “stage formativo”, ma la ferita da cui nacque il libro che avrebbe cambiato per sempre la letteratura della testimonianza. Se questo è un uomo non esiste perché Primo Levi ha frequentato una buona università ma perché l’uomo è sopravvissuto all’inferno e ha trovato le parole per raccontarlo. Certo, la sua formazione scientifica e culturale ebbe un ruolo importante, ma cancellare il contesto storico tra il 1937 e il 1947 significa svuotare di significato sia la sua opera sia la sua testimonianza.
Per questo le proteste di studenti e lavoratori dell’Università di Torino non possono essere liquidate come una semplice incomprensione. Se una parte della comunità accademica ha percepito quel messaggio come inappropriato, forse il problema non sta nella sensibilità di chi legge ma nella superficialità di chi comunica. Colpisce, semmai, la reazione dell’agenzia che ha realizzato la campagna. Nessun errore, nessuna riflessione, nessun ripensamento e il ritiro sarebbe avvenuto soltanto per rispetto di chi la pensa diversamente. Una formula che negli ultimi anni è diventata una sorta di rifugio retorico per evitare qualsiasi autocritica.
La rettrice Cristina Prandi, per ora, non ha preso posizione. Eppure la vicenda meriterebbe qualcosa di più di una silenziosa archiviazione perché non riguarda soltanto una campagna pubblicitaria mal riuscita, ma il modo in cui raccontiamo la memoria e il peso che attribuiamo alle parole.
Se oggi si può immaginare una comunicazione che collega il 1937 al 1947 senza sentire il bisogno di spiegare cosa accadde nel mezzo, allora la questione non è soltanto comunicativa. È culturale. E forse è proprio questo l’aspetto più preoccupante.