L'attacco di Trump all'IA è una forma di colonialismo digitale
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L'attacco di Trump all'IA è una forma di colonialismo digitale

Proibire l'utilizzo di potenti modelli di IA alle aziende straniere per tutelare la "sicurezza nazionale": questa è l'ultima mossa imperialistica di Trump. Il presidente dimentica che la catena dell'IA è sorretta da lavoratori nel Sud globale, i cosiddetti "stranieri" che vuole escludere dall'innovazione.

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3 Luglio 2026 - 12.16 Culture


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di Giada Zona

L’antropologo Mahmood Mamdani ha ampiamente teorizzato la tendenza degli Stati Uniti a negare la propria storia coloniale. Trump continua a incarnare quella storia, perpetuando le medesime ideologie. E’ stato infatti il presidente americano ad aver recentemente deciso che l’utilizzo di potenti modelli di intelligenza artificiale devono essere proibiti alle aziende straniere. I cittadini americani secondo il presidente sarebbero quindi gli unici in grado di sfidare la potenza dei nuovi modelli, mentre gli altri starebbero un passo indietro. E’ in questo che si colloca la sua logica coloniale. Forse Trump dimentica che l’architettura stessa dell’IA poggia sul contributo dei data workers, migliaia di lavoratori invisibili del Sud Globale, costretti ad accettare condizioni di sfruttamento economico.

Anthropic ha inizialmente bloccato l’accesso al suo modello di IA Fable 5 in seguito alle disposizioni del governo statunitense di impedire l’accesso a cittadini stranieri per proteggere “la sicurezza nazionale”. Come scriveva Foucault, la sicurezza nazionale è spesso il pretesto con cui lo Stato legittima il controllo. Anthropic il primo luglio ha ripristinato l’accesso a tutto il mondo al modello Fable 5, spiegando che saranno comunque inserite delle forme di sicurezza per controllare il nuovo modello poiché basato su Mythos, la forma di IA più potente lanciata da Anthropic.

Proprio nel Paese di Trump nel 2025 alcune inchieste giornalistiche hanno svelato che i data workers di Global Logic, figure centrali nel miglioramento di Gemini e delle informazioni fornite da IA, sono stati licenziati perché colpevoli di aver avviato percorsi di sindacalizzazione. A mappare queste dinamiche è Data Workers’ Inquiry, progetto che indica le varie forme di data work e le forme di resistenza che ne derivano, diffondendo informazioni riguardo le diverse esperienze lavorative.

Chi si dimostra sorpreso da questa storia, purtroppo, sbaglia. Il funzionamento dell’intelligenza artificiale si basa su processi di addestramento che non sono, come potremmo ingenuamente pensare, automatici, bensì umani, e come tali incorporano ideologie e valori. Questa scelta di Trump rappresenta l’apice di discriminazioni già presenti nel digitale. Basti pensare alle telecamere utilizzate come sistema di controllo a New York durante le manifestazioni del movimento Black Lives Matter, dove chi si muoveva da Washington Square Park alla più vicina stazione metropolitana veniva sorvegliato per tutto il percorso; pensiamo anche agli algoritmi che assegnano punteggi più alti agli afroamericani rispetto ai bianchi a parità di reato, o a quelli di Amazon che penalizzavano sistematicamente le donne. Di esempi ce ne sono, purtroppo, moltissimi. Quanto siamo ancora disposti ad accettare che si tratti di fatalità? 

L’utilizzo di IA potrebbe dunque dipendere dal luogo di provenienza, favorendo l’utilizzo di questi strumenti solamente a persone privilegiate, mentre la catena dell’IA continua a dipendere dal lavoro svolto nel Sud del Mondo, dove i lavoratori sono esposti a contenuti violenti e a compiti alienanti, provocando condizioni psicologiche traumatiche. Questo mette in luce come le discriminazioni sociali e culturali già esistenti si ripresentano nelle infrastrutture tecnologiche, diventando in questo caso lo strumento di una politica di estrema destra, finalizzata alla protezione di interessi personali e alla reiterazione di logiche coloniali.

Questa decisione di Trump è infatti l’espressione di una deriva autoritaria e imperialista che deve attecchire anche in luoghi già riproduttori di discriminazioni di classe e di genere. La mossa di Trump si aggiunge alle altre forme di colonialismo e imperialismo digitale, che si traducono nella proposta di una gerarchia dove chi è privilegiato continuerà ad avere accesso alla conoscenza, mentre la forza lavoro viene prima sfruttata e poi esclusa dai benefici dell’innovazione.

Il web nasce con una promessa diversa che oggi è sia mantenuta, da chi si impegna quotidianamente nella realizzazione di progetti alternativi e cooperativi, dall’altro è però diventato uno strumento per replicare forme di sfruttamento e discriminazione. Trump si colloca certamente in quest’ultima categoria. 

Non bisogna presentare queste storie in maniera scandalistica, una risposta che rischierebbe soltanto di produrre un rifiuto dell’innovazione. Bisogna avere il tempo di analizzare queste dinamiche, decostruendo le ideologie sottostanti. Le politiche di Trump replicano un potere classista, razzista e coloniale, che dovrebbe suscitare tanta indignazione non solo di movimenti e attivisti (che già se ne occupano), e nemmeno dei lavoratori stessi, che già le subiscono e tentano di resistere.

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