Festival di Sanremo 2027: tra modernizzazioni e piume di struzzo
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Festival di Sanremo 2027: tra modernizzazioni e piume di struzzo

Presentato il progetto firmato Stefano De Martino che segna una rottura strutturale con la storia della kermesse

Festival di Sanremo 2027: tra modernizzazioni e piume di struzzo
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22 Settembre 2026 - 10.19 Culture


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di Lucia Mora

Il Festival di Sanremo 2027 firmato Stefano De Martino segna una rottura strutturale con la storia recente della kermesse: il concorso passa – almeno idealmente – dall’essere una maratona monolitica a un evento articolato in tre competizioni parallele. L’obiettivo evidente del nuovo regolamento è razionalizzare una macchina televisiva e discografica che negli ultimi anni ha mostrato alcune criticità regolamentari (tradotto: proteste per il sistema di voto) e di intrattenimento (tradotto: il pubblico si è annoiato parecchio, soprattutto nel 2026); si vuole quindi cercare un equilibrio definitivo fra la tradizione nazionalpopolare e le moderne ambizioni internazionali. La novità più dirompente è lo sganciamento del pass per l’Eurovision Song Contest dalla vittoria finale del Festival, affidato ora alla nuova “Serata Performance” del venerdì. 

Questa scelta risponde a un’esigenza pragmatica e strategica: l’Eurovision è una competizione dove la messa in scena, la coreografia e l’impatto visivo contano tanto quanto la produzione audio. Affidare la scelta del rappresentante italiano a una “Giuria Internazionale” di addetti ai lavori europei (affiancata al pubblico) allineerà la candidatura italiana ai gusti e agli standard del palcoscenico continentale, per aumentare la competitività della nostra nazione. Di contro, questa scissione porta con sé un rischio: depotenziare il valore del leoncino d’oro del sabato sera. Il vincitore assoluto di Sanremo non sarà più automaticamente l’alfiere italiano nel mondo, e si creeranno di fatto due vincitori di peso mediatico quasi equivalente. Slegare la serata delle Cover dalla classifica generale è invece una correzione di rotta invocata da tempo dalla critica musicale. 

Nelle edizioni precedenti, interpretazioni magistrali di capolavori del passato o accoppiate con super ospiti hanno spesso stravolto la classifica, penalizzando chi aveva in gara un inedito forte ma non brillava nei duetti. Rendere la serata Cover una competizione autonoma restituirà meritocrazia alla gara principale? Le canzoni inedite verranno giudicate esclusivamente per il loro valore intrinseco, disinnescando il peso dell’effetto nostalgia (punto di forza delle cover) sull’esito finale. Poi c’è la presa di posizione di De Martino sull’intelligenza artificiale, che crea un contrasto affascinante. 

Da un lato, il Festival si modernizza nel sistema di voto: l’introduzione del voto gratuito online tramite app RaiPlay è un’ottima mossa per democratizzare il giudizio oltre il televoto a pagamento; dall’altro lato, dal punto di vista creativo, il Festival rivendica un ritorno al passato. Le canzoni e gli arrangiamenti dovranno essere tassativamente espressione esclusiva della creatività umana: fuori l’IA dall’Ariston, insomma. Una mossa identitaria forte che tutela il lavoro di autori, compositori e musicisti. Altro punto a favore: la riduzione del numero di cantanti in gara, dal mastodontico, esagerato 30 carlocontiano a un più tradizionale 24. Snellire le dinamiche televisive del carrozzone sanremese è da sempre il compito più arduo del direttore artistico: auguri. Se ci riuscirà, e se riuscirà a gestire con naturalezza le tre gare separate con pesi e giurie differenti, l’edizione 2027 avrà tutte le carte in regola per diventare il prototipo del Sanremo del futuro. Resta però un interrogativo di fondo: siamo sicuri che il Sanremo del futuro, quello che vuole adattarsi ai gusti e agli standard del palcoscenico internazionale, sia necessariamente migliore o desiderabile?

Torna in mente una celebre e folgorante provocazione di Francesco Guccini, che di canzone italiana qualcosa ci capiva: «Non mi sono mai infilato una piuma di struzzo nel culo per cantare». Una citazione che racchiude l’essenza della storica critica alla supremazia dell’estetica sull’etica della canzone, della messa in scena sulla parola. Il rischio dell’istituzione della “Serata Performance” giudicata da personalità provenienti dal mondo della musica e dello spettacolo internazionale è proprio quello di trasformare definitivamente il “Festival della Canzone Italiana” in una fabbrica di contenuti per il pubblico globale di TikTok. Inseguendo il modello Eurovision si sposano le regole di un’arena dove l’artificio scenografico, l’impatto visivo, il balletto e il colpo a effetto spesso contano più della solidità melodica o dello spessore lirico. Non che le ultime edizioni del Festival abbiano brillato in tal senso, purtroppo, ma qui c’è un elemento ulteriore: in questa rincorsa all’esportabilità, si rischia di penalizzare la tradizione cantautorale e interpretativa pura – quella che ha bisogno solo di un microfono, di un’orchestra e di un’anima – a favore di prodotti musicali confezionati su misura per essere Eurovision friendly, visivamente virali e dunque intrinsecamente più omologati.

Emerge così il grande paradosso del Sanremo firmato De Martino: da un lato il direttore artistico si erge a paladino della creatività umana innalzando barricate contro l’IA, dall’altro istituzionalizza la “piuma di struzzo”, piegando la kermesse alle logiche patinate del mercato globale. Capiremo solo nel febbraio 2027 se questa spinta verso l’estero rappresenterà la definitiva consacrazione internazionale della nostra musica o la perdita irreversibile della sua anima più intima.

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