Tivoli: il naufragio della Capitale della Cultura tra il silenzio della giunta di destra e la fine di un sogno
Top

Tivoli: il naufragio della Capitale della Cultura tra il silenzio della giunta di destra e la fine di un sogno

L'Associazione Tivoli Città della Cultura ha lavorato cinque anni per la candidatura. Tutto vanificato dall'inerzia dell'amministrazione comunale con l'azzeramento dei fondi dal bilancio. Naufragati milioni di potenziali investimenti e non è certo una svista: è la fotografia di chi non sa e non vuole governare davvero la città.

Tivoli: il naufragio della Capitale della Cultura tra il silenzio della giunta di destra e la fine di un sogno
La fontana di Nettuno a Tivoli
Preroll

redazione Modifica articolo

12 Aprile 2026 - 18.10


ATF

di Antonio Picarazzi

La rinuncia al progetto Capitale Italiana della Cultura è il segnale di una città accartocciata su sé stessa, priva di risposte, con una classe di governo del tutto inadeguata.

L’Associazione Tivoli Città della Cultura è stata costituita per raggiungere un unico e fondamentale risultato: partecipare al bando indetto ogni anno dal MIC per l’assegnazione del titolo di Capitale Italiana della Cultura. Su questo obiettivo l’Associazione ha costruito un percorso lungo e faticoso, ma lungimirante. È riuscita, incontro dopo incontro, a sintetizzare l’interesse di sette Comuni del comprensorio, di associazioni, portatori di interesse e cittadini, coinvolgendo persino possibili sponsor interessati a sostenere economicamente l’intera impalcatura progettuale.

Cinque anni di lavoro sono stati gettati al vento a causa dell’insipienza dell’Amministrazione di centrodestra che governa la città di Tivoli. Non hanno mai risposto alle insistenze dell’Associazione, nonostante il Sindaco Innocenzi avesse più volte annunciato l’adesione all’iniziativa, sia a parole che negli incontri pubblici.

Hanno cancellato dal DUP (Documento Unico di Programmazione) l’obiettivo strategico; hanno persino azzerato l’impegno finanziario di 30.000 euro che, con estrema fatica, si era riusciti ad appostare nei capitoli di spesa del bilancio comunale come fondo iniziale. Una scelta miope che non ha semplicemente interrotto un percorso, ma ha precluso alla città la possibilità di intercettare investimenti per milioni di euro destinati alla crescita, alla valorizzazione del territorio e al rafforzamento del suo tessuto economico e culturale.

Negli incontri diretti hanno sostenuto che la Regione Lazio si fosse dichiarata disponibile a sostenere l’iniziativa e che lo avrebbe fatto in una pubblica assemblea organizzata allo scopo. Assemblea che non è mai stata convocata.

L’Associazione ha inviato proposte, bozze progettuali, convenzioni, ipotesi di budget e schemi organizzativi: non è mai pervenuta alcuna risposta. Un anno intero di silenzio. L’intera procedura e la relativa corrispondenza — così come questo vuoto istituzionale — sono ampiamente documentate e documentabili.

Un Sindaco impegnato nel tagliare nastri e nel farsi fotografare alle ricorrenze più inutili non ha trovato il tempo di informare la città e, soprattutto, l’Associazione, di eventuali problematiche ostative. Quando lo ha fatto, ha semplicemente dimostrato di non aver letto nulla delle proposte avanzate in maniera copiosa e circostanziata. Non ha curato le relazioni con gli altri Comuni interessati, i quali avevano già deliberato l’adesione all’iniziativa proprio perché sollecitati dall’azione diretta dell’Associazione.

Questo vuoto non è semplice incuria istituzionale; è qualcosa di più grave: rappresenta l’incapacità di narrare la città che si sta amministrando. Non è un caso, del resto, che nell’attuale assetto di governo non esista un assessorato autonomo alla cultura e che la relativa delega sia stata trattenuta direttamente dal Sindaco, scelta che finisce per riflettere una visione in cui la cultura non assume un ruolo strutturale ma resta priva di un presidio politico riconoscibile.

Dietro il nulla dei racconti retorici si nasconde un vuoto ancora più impietoso: l’assoluta incomprensione della necessità di accompagnare l’attività amministrativa con iniziative che, nella concretezza, trasferiscano valori e vantaggi reali e percepibili alla comunità.

Il campo della cultura è decisivo proprio per questo: dare sostanza a una identità che non può essere evocata per inerzia. Non basta essere “città” per esserlo davvero, né è sufficiente rifugiarsi in miti o rappresentazioni autocelebrative non sostenute da una reale e documentata stratificazione culturale e storica.

Una cultura che non diviene pratica quotidiana, incapace di misurarsi con la realtà per generare coscienza — cioè conoscenza e senso critico — si svuota e si riduce a ornamento. Diventa il corollario dell’ordinario, lo sfondo decorativo entro cui il pensiero arretra e lascia spazio a una simbologia folcloristica tanto rumorosa quanto inconsistente.

Sostituire l’immagine al pensiero diventa così l’unico esercizio possibile: l’immagine semplifica, rassicura, evita la fatica della comprensione; il pensiero, al contrario, costringe a confrontarsi con la complessità e con il conflitto delle interpretazioni. Quando questo passaggio viene eluso, ciò che resta è un consenso fragile, costruito su semplificazioni che finiscono per imporsi come verità.

Tivoli sta perdendo questa battaglia. E non per mancanza di risorse, energie o competenze diffuse, ma per l’assenza di una direzione capace di riconoscerle e organizzarle. Senza questo passaggio, ogni occasione mancata non sarà un incidente, ma la naturale conseguenza di un vuoto che continua a riprodursi.

Native

Articoli correlati