A Venezia 83 torna il dramma della Palestina
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A Venezia 83 torna il dramma della Palestina

Non solo 'Naza' che è in concorso, ma anche altri titoli dedicati a Gaza e alla Palestina nelle sezioni parallele.

A Venezia 83 torna il dramma della Palestina
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25 Agosto 2026 - 13.52 Culture


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La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia sceglie di puntare lo sguardo anche quest’anno alla quotidianità drammatica della Palestina. Su Ansa Francesca Pierleoni fa una panoramica dei diversi titoli che hanno al centro ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania, ospitati a Venezia dentro e fuori concorso. Si parte con il film in lizza nella la sezione principale di quest’edizione numero 83°, destinato a far riflettere profondamente pubblico e critica: si tratta di Naza, un’opera girata nell’oscurità sui tetti di Tel Aviv da Yuval Abraham e Rachel Szor, già registi di No Other Land. Il film punta a svelare i meccanismi e le logiche operative dietro le azioni militari nella Striscia. Nella sua sinossi si legge che “rivela in dettaglio i sistemi alla base della calcolata uccisione di massa di civili palestinesi da parte di Israele a Gaza”. Il progetto vanta collaborazioni di altissimo profilo produttivo, tra cui il supporto di The Guardian, di James Wilson con JW Films e la produzione esecutiva di Jonathan Glazer, premio Oscar per La zona di interesse. Il titolo stesso della pellicola, che sarà proiettato in Sala Grande il 10 settembre, cita un acronimo militare definito come quello “usato eufemisticamente dall’intelligence israeliana per indicare il numero di civili che si prevede vengano uccisi in un raid aereo”, e affonda le radici nelle inchieste pubblicate tra il 2023 e il 2025 da +972 Magazine, Local Call e The Guardian.

Il racconto cinematografico della crisi palestinese trovando spazio anche nelle altre sezioni, sia quella dedicate alla realtà virtuale e che in quelle dei titoli fuori concorso. All’interno di Venice Immersive spicca Raj’in – We Shall Return di Faiz Abu Rmeleh e Keren Manor. Girato nell’arco di tre anni, il lavoro racconta “la pulizia etnica israeliana dei palestinesi in Cisgiordania attraverso le storie di oltre 11 comunità palestinesi che rischiano il trasferimento forzato” utilizzando, come spiegano i realizzatori, “una viscerale combinazione di cinematografia a 360 gradi e filmati amatoriali girati con telefoni e videocamere da residenti palestinesi e attivisti di Protective Present”.

Nel panorama dei fuori concorso, l’analisi si fa corale e stratificata, partendo dalla nuovo lavoro di Amos Gitai, The Road to Jericho. Il film è una riflessione complessa, unisce attori ebrei e palestinesi sul medesimo proscenio, insieme a frammenti inediti di un’intervista a Rabin e brani di autori celebri contro la guerra, fino alle immagini di un villaggio di beduini in Cisgiordania minacciato dai coloni. A questo si affianca la testimonianza diretta di Ahmed Hassouna con il documentario Citizen Osama, nato dal collettivo Masharawi Fund for Films and Filmmakers in Gaza. Il documentario segue in tempo reale il fotoreporter Osama, che assiste quotidianamente alla morte dei colleghi mentre lotta per proteggere la moglie e il figlio appena nato tra le rovine della Striscia, offrendo un ritratto crudo e intimo della resilienza in tempo di guerra.

Lo sguardo sul dramma umano si completa infine nella sezione Venice Spotlight con Conversation With The Sea di Muayad Alayan, interpretato da Kamel El Basha, Amer Hlehel, Bahira Ablassi e Maria Zreik. Protagonista è Kamal, un sessantenne di Gerusalemme a cui un tribunale israeliano ordina di saldare un ingente debito previdenziale contratto dal figlio Wael, annegato nel Mar Rosso molti anni prima. Di fronte all’assenza di registrazioni ufficiali sulla morte del giovane, il padre segue l’unica pista rimasta alla ricerca di risposte.

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