di Marcello Flores
Il prossimo anno in diversi paesi dell’Unione europea si svolgeranno elezioni politiche che avranno una grande importanza: soprattutto per capire se l’attuale equilibrio dei partiti che governano oggi l’Europa continuerà, pur con qualche aggiustamento interno, ad avere la maggioranza; o se invece la possibile vittoria, o maggiore peso specifico, dei partiti di destra ed estrema destra, potrà dare inizio a un cambiamento radicale della convergenza dei paesi dell’Unione sul futuro dell’Unione. Le differenze e le contrapposizioni, oggi, non solo solamente – come è sempre accaduto in passato – tra centro-destra e centro-sinistra, dove rischiano di rafforzarsi soprattutto le estreme a destra e sinistra lasciando più deboli le forze di centro; lo sono anche all’interno dei due grandi schieramenti attorno ad alcuni temi che oggi sono ai primi posti nell’agenda europea. Mi limito a ricordare l’appoggio all’Ucraina, appoggio che non può che essere militare e diplomatico (se fosse solo diplomatico significherebbe abbandonare l’Ucraina alla resa militare alla Russia di Putin); e la politica di Difesa europea che, al di là delle proposte e strategie anche diverse sul modo di crearla e rafforzarla, non trovano concordi al loro interno né lo schieramento dei partiti di destra né quello dei partiti di sinistra. Questo scenario deve farci temere che l’Europa, per come la conosciamo e l’abbiamo conosciuta in questi ultimi vent’anni, rischi di cambiare profondamente? Quali dovrebbero essere le risposte per rendere meno plausibili le vittorie della destra e il prevalere di un’Europa dominata da forze sostanzialmente antieuropee? Anche se fino alle prossime elezioni dovesse continuare l’attuale governo europeo è chiaro che la presenza al potere della destra anche in Francia, Spagna, Polonia e Germania metterebbe in seria difficoltà l’attuale Commissione e l’attuale parlamento.
Lo sforzo principale della sinistra, in tutte le sue componenti che sono sinceramente europeiste, dovrebbe rivolgersi a una nuova e convincente comunicazione politica: chiara, propositiva, realistica e – sul terreno della tecnica comunicativa – aggressiva e convincente. Uno dei maggiori problemi che ha di fronte l’Europa è quello migratorio, che è quello su cui le forze di destra hanno, elettoralmente, lucrato di più. Su questo tema bisognerebbe muoversi su due direttive: la prima è ricordare che se l’emigrazione è un problema per l’Europa, lo è perché la way of life in Europa, le istituzioni politiche, il clima politico, la cultura, il welfare, la giustizia (tutti ambiti in cui si potrebbe e dovrebbe migliorare rapidamente e anche di molto) sono di gran lunga migliori che in tutto il resto del mondo: e risultano quindi attrattive per chiunque voglia fuggire da uno scenario di guerra, povertà, mancanza di libertà, intolleranza, bigottismo morale e fondamentalismo religioso. A questo, naturalmente, si dovrebbe affiancare una strategia sull’immigrazione che non sia né di «contenimento» come l’attuale (in forme abbastanza soft che i partiti di destra vorrebbero modificare in modo radicalmente hard), né di generico permessivismo in nome del contrasto di quel contenimento, ma senza una proposta positiva di strategia possibile da attuare, sia pure con difficoltà. Tutti i paesi europei hanno, alle spalle (anni ’50-’70) periodi di migrazioni interne, per affrontare le quali furono messi in atto strutture, programmi, enti, istituzioni capaci di governare l’integrazione, anche a fronte di fenomeni non piccoli di atteggiamenti razzisti e discriminatori. In Italia quegli strumenti, che esistevano fino agli anni ’80, sono stati tutti dismessi e abbandonati a partire dai comuni che avevano visto vincere giunte leghiste in quasi tutto il nord.
Lo sforzo, perché tale sarebbe, deve coinvolgere tutti, deve poggiare su proposte realistiche e fondate, deve essere accompagnato da una battaglia di idee, valori, convincimenti, richiami alla storia e ai principi dei diritti universali che non possono essere solo declamati e ignorati poi subito dopo. Ed è uno sforzo che deve coinvolgere, allo stesso modo, una riflessione seria, non dogmatica, populista o demagogica, sulla pace. Nella storia le richieste di pace non sono mai riuscite a evitare le guerre (l’ultima grande mobilitazione, in tutto il mondo, contro l’intervento Usa in Iraq nel 2003, una mobilitazione grandiosa, non ebbe alcun risultato); sono le logiche di pace costruite nel corso delle guerre, per accelerarne la fine o per preparare i dopoguerra (che sono sempre pieni di problemi enormi), che hanno permesso poi – anche se non sempre e ovunque – di avere davanti tempi lunghi di pace possibile. Ma anche per questo è necessario attrezzarsi a studiare, capire, elaborare, imparare dalle esperienze passate e inventare nuove possibilità. L’Europa, nel suo insieme, è l’unica regione del mondo dove questo sarebbe possibile. Se in nome dei propri interessi (nazionali, ideologici, di partito, di schieramento, di fede) si sceglie di attaccare l’Europa per i suoi limiti (antichi, molti ed evidenti) invece di partecipare allo sforzo di rafforzarla, questa grande opportunità, cui non a caso guarda con timore e con speranza il mondo intero, potrebbe essere perduta nei prossimi anni.