Siena: quella porta del Circolo dei Due Ponti che lo Stato vuole chiudere
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Siena: quella porta del Circolo dei Due Ponti che lo Stato vuole chiudere

Ci sono passati operai, fascisti, soci dell’Arci, ragazzi con la 500 e generazioni di senesi. Per più di un secolo i Due Ponti hanno cambiato insegna senza cambiare casa. Il 27 febbraio 2027 potrebbe arrivare l’ultima serratura.

Siena: quella porta del Circolo dei Due Ponti che lo Stato vuole chiudere
L'ingresso del Circolo
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Marcello Cecconi Modifica articolo

23 Settembre 2026 - 14.56 Culture


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Imitando la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, anche il Circolo dei Due Ponti ha nel primissimo punto del suo statuto “la promozione del benessere delle persone e il riconoscimento del diritto alla felicità”. Un diritto che, evidentemente, non sta a cuore allo Stato che ha deciso di tagliare per sempre il filo che da 115 anni tesse cultura, accoglienza, intrattenimento per l’intera comunità senese. 

Ho conosciuto quel Circolo e le sue finalità, inconsapevolmente, proprio alla fine degli anni Sessanta, grazie alle serate danzanti che, in quegli ultimi anni del boom economico, erano la meta preferita delle notti del sabato che finivano perentoriamente a mezzanotte, ma anche dei “pomeriggi danzanti” della domenica. Arrivavamo in città dalla provincia a bordo della Cinquecento, celestina e di terza mano.

Erano gli anni del beat che, arrivato in Italia, faceva nascere e diventare famosi i primi “complessi”: l’Equipe 84, i Nomadi, i Rokes, che adattavano quelle sonorità traducendo la modernità anglosassone nel linguaggio della canzone italiana. Accadeva anche a Siena e dintorni, dove I Delfini, Bruno e i Jet, I Lunatici esaltavano le serate senesi nei locali del centro, come il Fontenova Club nella contrada della Lupa, ma soprattutto in quei Circoli Arci appena fuori Siena: i Due Ponti, Sant’Andrea, Coroncina.

Ecco, sfogliavo il quaderno della mia memoria mentre mi apprestavo a tornare davanti al numero 190 di via Aretina, dopo tanti anni. Lì il Circolo è ancora al suo posto, quasi timido e con riluttanza tornato in cronaca in queste ultime settimane. Passeggiando davanti a quella porta ho continuato il mio viaggio a ritroso nel tempo, fino al 1908, anno di concepimento della Società di Mutuo Soccorso “Il Risorgimento”. Realizzata fisicamente nel 1910, quando 34 lavoratori senesi comprarono il terreno e tirarono su la loro sede. I 34 si costruirono la loro casa: una casa fatta da chi la casa, spesso, non se la poteva permettere.

All’epoca tutto questo si chiamava solidarietà e non arrivava da un modulo online sapientemente compilato e inviato. Oggi si chiamerebbe welfare. Poi, nel 1942, arrivarono uomini con un’altra idea di cosa dovesse essere quel posto. Il fascismo requisì la sede e la trasformò in Casa del Fascio. Quello che era nato come luogo di solidarietà operaia diventò la sede del partito che aveva messo fuori legge proprio quel mondo politico e associativo. Le stesse stanze, un’altra Italia.

Quando il fascismo cadde, le insegne cambiarono ancora. I beni delle organizzazioni fasciste passarono allo Stato e anche quella casa finì nelle mani del Demanio. La società che l’aveva costruita non tornò proprietaria. Ci rimase dentro, però, pagando l’affitto. È forse questa una delle tante stranezze dei Due Ponti: una casa costruita dai lavoratori, requisita dal fascismo e poi diventata proprietà dello Stato, ha continuato a essere abitata da quelli che, generazione dopo generazione, la consideravano semplicemente casa loro.

Nel 1967 il Circolo entra nell’Arci. Passano gli anni, cambiano le generazioni, cambiano le tessere, cambiano le parole d’ordine, ma il posto continua a fare il suo mestiere: far incontrare persone, organizzare attività, discutere, stare insieme.

Tutto questo non è una fotografia ingiallita e malinconica della sinistra del Novecento. È, semmai, uno degli esempi di quella particolare abilità tutta italiana nel trasformare persino una casa costruita dagli operai in una pratica amministrativa. Poi arriva il 2008: il centenario. La facciata viene restaurata, il tetto sistemato, con il sostegno della Fondazione Monte dei Paschi. Si festeggia una storia che, arrivata a cento anni, sembra avere trovato il suo posto naturale: quello dei luoghi che una città riconosce come propri.

Ma oggi il tono cambia. L’Agenzia del Demanio invia una Pec, quella che, come dice la pubblicità, “dà valore alle parole” e comunica il recesso anticipato dal contratto per “sopravvenute esigenze governative”. Il Circolo dovrà lasciare l’immobile entro il 27 febbraio 2027. La destinazione indicata è l’Ufficio Immigrazione della Questura di Siena, oggi in via delle Sperandie.

Eppure dentro quei muri si è giocato, discusso, mangiato, bevuto, ballato, organizzato. Si sono fatte riunioni e feste. Sono entrate persone che avevano vent’anni e poi sono tornate con i capelli bianchi. Qualcuno avrà conosciuto lì la propria compagna. Qualcun altro avrà litigato per una partita a carte o per una tessera. Qualcuno avrà fatto politica. Qualcun altro sarà entrato soltanto per bere un caffè. Tutto potrebbe finire il 27 febbraio 2027, quando le ultime sedie verranno portate via e qualcuno consegnerà le chiavi.

Potrebbe essere l’ultima pagina di quel quaderno. Oppure no, perché quella porta, dal 1910, ha già cambiato padrone, insegna e funzione più volte. Una cosa, però, non è mai cambiata perché qualcuno, dall’altra parte, ha sempre avuto un motivo per aprirla.

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